— Il signor Cesare ha ragione; — diss'egli. — Non dovevamo noi vederci ancora, per estendere il nostro verbale, ed anche per discutere, o per dichiararci a vicenda, se i nostri primi potevano stringersi la mano? L'appiglio c'è, anche senza obbligarci in anticipazione al discorso proposto dal signor Cesare Gonzaga. Lascia fare a me, Arrigo; troverò io il modo di escirne, contentando un po' meglio tuo zio.

— Ah, bravo, Ceprani! Ella mi ha inteso; — gridò il Gonzaga. — Vadano dunque. O il verbale, coi due considerandi, nel loro ordine logico e naturale, o il duello. Ma ella vedrà che avremo il duello, e vivaddio, cattiva azione o no, mi piace più del verbale. —

Arrigo chinò la testa e non rispose parola. Quell'ottavo dono dello Spirito Santo, appioppatogli dallo zio, gli era rimasto sullo stomaco.

Mentre si disponevano ad uscire, fu annunziato il conte di Castelbianco.

— Che cosa vuole quest'altro? — scappò detto ad Arrigo.

— Eh, lo so io, quel che vuole; — fu per rispondere il Gonzaga.

Ma egli si tenne la sua risposta fra i denti e si contentò di guardare suo nipote, con aria di rimprovero, che, per muto che fosse, non era meno significante.

Il conte Pompeo entrò, e rimase un po' sconcertato alla vista di quei personaggi riuniti, due dei quali tenevano il cappello in mano, ed erano in procinto di andarsene.

— Buon giorno, conte; — disse Arrigo.

— Buon giorno: — rispose freddo il Castelbianco, guardandolo un po' di sbieco. — Non hai un duello?