— Io? — rispose Arrigo. — Neanche per sogno. —

Il conte Pompeo rimase sovra pensiero, e non disse più altro.

Orazio Ceprani era sulle spine; tanto gli premeva di correre al caffè di Venezia, per far servizio al signor Cesare Gonzaga!

— Se permettete, conte, ci ritiriamo; — diss'egli. — Abbiamo qualche cosa da fare. —

Il conte rispose con un cenno del capo, che poteva passare per un saluto; indi si volse al Gonzaga.

— Resterò un pochino, se non la incomodo, a discorrere con lei.

— S'immagini! — disse il Gonzaga. — Se vuol passare nel salotto.

— No, non occorre; ho poche parole da dirle. Possiamo restare anche qua.

— Come vuole; — rispose quell'altro.

Ma in verità, avrebbe desiderato di condurlo altrove, lontano da un certo uscio di comunicazione, davanti al quale lo aveva confinato la leggerezza del suo signor nipote. Non già che temesse una violazione di domicilio, avendo braccia abbastanza forti, non solamente per trattenere un uomo come il conte Pompeo, ma anche, all'occorrenza, per metterlo gentilmente fuori della finestra; ma egli temeva il rumor delle scatole di madama Duplessis, ospite comodissima, sì, ma per allora un po' molesta vicina.