Frattanto, quegli altri due se n'erano andati, e Cesare Gonzaga rimaneva a tu per tu col conte di Castelbianco.

— Sentiamo che cosa avrà da dirmi questo qua; — pensò egli in cuor suo. — Ha un'aria, in fede mia, che non promette niente di buono. Ah, per tutti i diavoli! Era ben meglio restare un altro paio di giorni alle Carpinete, e lasciare che questi sapienti di città sbrigassero le loro faccende da sè. Basta, qui bisogna stare in cervello, avere un occhio al cane e l'altro alla macchia. —

Con questi proponimenti Cesare Gonzaga stette ad aspettare i discorsi del conte di Castelbianco, dopo avergli cortesemente additata una scranna.

XI.

Il conte Pompeo si lasciò cadere, più che non sedesse, sulla scranna che gli aveva offerta il Gonzaga. Era mezzo disfatto, quel povero conte.

— Sono lieto di trovarmi solo con lei; — mormorò egli poscia. — Ella è un uomo con cui si può parlare a fede, e sfogarsi anche un pochino. —

Reclinò, così dicendo, il mento sullo spillone della cravatta, come se avesse fatto uno sforzo sovrumano.

— Che ha? si sente male? — domandò il Gonzaga. — Infatti, ha la cera alterata.

— Sfido io! M'hanno avvelenata l'esistenza.

— Oh diamine! E chi mai?