— Veda qua, si dia la pena di leggere. —
E trasse dalla tasca interna del soprabito una lettera, che porse al Gonzaga. Era la lettera anonima, di cui aveva parlato dianzi la contessa Giovanna. Aprendola, il Gonzaga vide che era scritta con un bel caratterino di donna, segno evidente che l'aveva scritta, o fatta scrivere, un uomo. La lesse, o, per dire più veramente, la scorse; indi, con un gesto di ripugnanza, la rese al conte Pompeo.
— Ci possono essere al mondo dei vigliacchi come costui? — esclamò.
— Lasciamo stare i vigliacchi; — rispose il conte. — La natura ha fabbricato animali per tutti i gusti e per tutti gli uffizi; gli uni per essere utili, e son pochi! gli altri infine per nuocere. Ma è il fatto, il fatto in sè, quello che dobbiamo considerare. —
Il Gonzaga non sapeva che pesci pigliare. La lettera, fra le altre cose, accennava al conte di Castelbianco la possibilità che il quartiere del Valenti avesse un'escita sulle scale del portone di via Sallustiana. Ora, che cosa voleva il conte? A che mirava, facendogli leggere quella lettera?
— Conte, — diss'egli, vedendo la necessità di ridere, anche a rischio di farlo stizzire, — lei, così allegro gentiluomo per solito, si butta oggi alla filosofia?
— Mi hanno mutato, Gonzaga, mi hanno mutato in un giorno. Infine, sì, sono sempre stato un buontempone, uno sbadato, e se si vuole, diciamo pure un uomo leggero. Ancora ieri seguivo il precetto del quinto Evangelio: “Non voler fatto a sè quel che si farebbe agli altri.„ È questa la massima che ha più credito nel mondo.
— Pur troppo! — esclamò il Gonzaga. — Ma ella, per uno, si corregge?
— Per forza. Mi mettono tra le vittime! Ma vivaddio, qui c'è un'infame calunnia.
— Ah, meno male! Lo vede anche lei, che questa letteraccia è un tessuto di bugie?