— Bada, per cinque minuti non deve entrare nessuno. Se suonano, vieni prima ad avvertirmi, bussando a quell'uscio; hai capito?

— Non dubiti. —

Appena fu escito il servitore, Cesare Gonzaga andò ad aprir l'uscio di comunicazione. Immaginate la sua maraviglia, quando trovò là dietro, appoggiata allo stipite, pallida, contraffatta nel viso, la contessa Giovanna.

— Lei qui!... — esclamò egli. — Ancora!...

— Sì; — esclamò la contessa, restando immobile al suo posto, con gli occhi spalancati e fissi, ma senza guardare il Gonzaga.

— Signora, si sente male? Mio Dio! — gridò egli. — Che cosa posso fare per lei?

— No, non badi a me! — ripigliò la contessa. — La rabbia mi soffoca. Da un'ora son qua, e senza potermi sfogare in un grido.

— Ma perchè rimanere? Io la credevo già fuori da un pezzo.

— Volevo, ma mentre stavo parlando con la signora Duplessis, per colorire la mia presenza in questo luogo, mettendo il mio racconto d'accordo con quello che aveva fatto lei.... Quante parole sprecate! — gridò ella, interrompendo la frase e dando in un riso amaro che sapeva di lagrime. — Mentre ero là, hanno suonato all'uscio. Era il conte. Ho fatto in tempo a rifugiarmi qua, pronta a venire da lei, chiunque ci fosse in sua compagnia, nel caso che egli, insospettito, avesse voluto a forza visitar tutto il quartiere.

— Ma con qual pretesto è egli entrato dalla signora Duplessis?