— Oh, non dubiti, non ne morrò; — non voglio morirne! — rispose la contessa. — Ben altro mi resta da fare. Ma ella sappia, signor Gonzaga.... Questo matrimonio è impossibile; è una follìa, a cui bisogna rinunziare. Ella è amico del senatore Manfredi, ed ha certamente molto potere sull'animo suo. Ma se ella abusasse di un tanto potere per strappargli un consenso a queste nozze, avrebbe cagionata la rovina di una povera fanciulla.
— Come sarebbe a dire? — gridò il Gonzaga, turbato.
— Gabriella non ama, e non amerà mai quell'uomo, che a lei piacerebbe di darle in marito. —
Cesare Gonzaga rimase muto un istante, guardando la contessa, come se volesse cercarle negli occhi il segreto di quelle audaci parole. Ma quegli occhi fissi ne' suoi, come in atto di sfida, non gli dissero nulla, e Cesare Gonzaga, dopo quell'istante di pausa, così parlò gravemente:
— Senta, signora; a me non piace nulla, e da gran tempo, oramai. Pregato da un mio congiunto, posso chiedere un assenso, e per cosa non disonorevole, nè indegna di chi deve rispondermi; ma non soglio far violenza all'animo di nessuno, nè con l'arte degl'inganni, nè con le ragioni dell'amicizia. A chi non conosco, a chi non amo, quando l'occasione si presenta, faccio anche servizio, nella misura delle mie forze; a chi amo non impongo sacrifizi e non preparo pentimenti.
— Perdoni! — balbettò la contessa. — Non volevo dir questo.
— E allora, — ripigliò il Gonzaga, — che cosa ha voluto dire?
— Quello che saprà ella stessa, se interroga il cuore della signorina Manfredi, prima di parlare a suo padre. Gabriella non ama il cavaliere Valenti.
— E chi ama?
— Io... non lo so. E se lo sapessi, non lo direi.