— Contessa, la prego....

— È inutile; — diss'ella, alzandosi con un gesto d'impazienza. — E sono già troppo rimasta nella casa di quell'uomo. —

Cesare Gonzaga non la trattenne; ma la seguì, da buon cavaliere, sino all'uscio del quartierino di via Sallustiana, passando davanti alla buona signora Duplessis, che finse non badare a quella scena di corruccio femminile. Etait-elle coutumière du fait, la bella mercantessa di mode?

Certo, ella era molto caritatevole, e ne avea dato una prova luminosa. Cesare Gonzaga, poichè la contessa fu escita, e senz'altra cortesia che un freddo saluto di cerimonia, si fermò a ringraziare la gentil parigina con tutta la effusione dell'anima. Poi, chiesta licenza, si affacciò alla finestra per dare un'occhiata in istrada e assicurarsi che la contessa Giovanna avesse passato il marciapiede senza incontri spiacevoli. Così avvenne difatti, perchè il destino avverso si era stancato di perseguitare la bella passeggiatrice, e Cesare Gonzaga la vide girar tranquillamente il capo delle Tempeste, e andar diritta e sicura per via Nazionale.

Andava sicura e diritta, la graziosa signora, anche serena nell'aspetto, dopo aver data la sua notizia di colore oscuro, dopo averla gittata là, come la classica freccia del Parto fuggente. Quella notizia, quella frecciata, tornava molesta in singolar modo al Gonzaga. Era dunque vero che Gabriella amasse già qualcheduno? E chi era costui? La contessa, insistendo sulla necessità di parlare con la fanciulla prima di rivolgersi al padre, confidava forse che il signor Cesare non avrebbe ardito di commettere questa violazione delle buone costumanze sociali; ma ella in ciò s'ingannava, poichè Cesare si era già rivolto al padre ed aveva anche ottenuto licenza di esplorar l'animo della figliuola, nè certamente si sarebbe astenuto dal farlo. Ma se davvero Gabriella gli rispondeva in quel modo, che con tanta sicurezza pareva pronosticargli la contessa di Castelbianco, povere combinazioni architettate da Arrigo Valenti, e poveri sogni vagheggiati dallo zio! Perchè, infatti, anche lui ci aveva posto l'animo, e in due giorni di riflessione si era innamorato della sua parte. Se da principio la crudeltà di Arrigo verso la contessa Giovanna aveva ferita la sua fibra di antico cavaliere, ciò ch'era avvenuto in quei due giorni pareva fatto a bella posta per levargli quella fisima dal capo e condurlo a desiderare più che mai il matrimonio del nipote con la signorina Manfredi.

Si scosse, ritornando nelle sue camere, non volendo pensarci più a lungo, e rimettendo a quella sera la spiegazione dell'enimma che gli aveva proposto la Sfinge. Del resto, Arrigo ritornava in quel punto, e per allora ci doveva esser altro da fare.

— Ne capisci niente, zio? — incominciò Arrigo, appena giunto alla presenza del Gonzaga.

— Di che?

— Di ciò che è avvenuto or ora al caffè di Venezia. Leggi qua. —

E gli diede così dicendo una carta. Era il processo verbale compilato e sottoscritto da quattro padrini. I considerandi ritenuti necessari dal Gonzaga c'erano tutti, nell'ordine logico e naturale voluto da lui.