—Ah, bravo!—ripigliò il Picchiasodo.—Veniteci in aiuto anche voi, messere dell'archibugio. Siamo dunque intesi; si va a sbrigar la faccenda all'Altino. L'aia è piana e lucente come uno specchio, e sul battuto c'è posto pel giuoco di quattro lame. Che ve ne pare? Voi certo avete pratica del luogo. Non ci si è abbastanza liberi in quattro?—
Tommaso Sangonetto lo guardò con aria melensa. La proposta di quel vecchio barbone, che ci avea un paio di spalle e un torace da fare alle forze con Ercole, non gli andava a fagiuolo. Chinò la testa in atto di chi vuol dire e non dire; ma dentro di sè fece atto di contrizione per la sua lingua, che era stata un po' troppo latina.
—Andiamo dunque laggiù!—disse il Bardineto, avviandosi primo.
I due cavalieri incontanente lo seguirono. Tommaso, quantunque di mala voglia, si messe al suo fianco.
—Ah, Giacomo! Giacomo!—gli andava intanto bisbigliando all'orecchio.—L'hai fatta grossa!
—Che!—rispose il Bardineto, crollando superbamente le spalle.—Mi sfogo, perdio!
—Ma pensa al poi, te ne prego! E che dirà il marchese, quando verrà a risaperlo?
—Dirà…. dirà quel che gli parrà meglio di dire. Già, sentimi, Tommaso; o morto io, o morto quest'altro, s'è sciolto finalmente ogni nodo.
—Uhm! Mi pare che tu ne aggiunga, di nodi; e guai se vengono al pettine.
—Vattene, allora!—ripiccò spazientito il Bardineto.