A tutta prima, vedendola giungere all'Altino, aveva argomentato in cuor suo…. Che cosa? Nulla e tutto. Nicolosina era pallida, ansante, confusa; una immensa pietà le traspariva dallo sguardo smarrito; una ineffabile tenerezza governava i moti convulsi di quella labbra smorte, che per lunga pezza non poterono profferire una parola, una sola parola, E più tardi, quali cure affettuose! quale umanità più che fraterna negli atti! come pendeva ansiosa dai responsi di messer Rambaldo, che era venuto al letto del povero ferito! con quanta sollecitudine gli occhi della leggiadra castellana si partivano dalle labbra del discepolo d'Esculapio per andarsi a posare sul viso smorto di lui!
Che pensare di ciò? Un giorno gli venne in mente che ella sapesse la cagione del suo duello col Fregoso. Volea sincerarsene; ma le parole gli morirono sul labbro. E poi, come si è detto, madonna Nicolosina non era mai sola al suo capezzale.
E voleva altresì domandare del Cascherano. Che c'era egli di vero in quella chiacchiera di mastro Bernardo, che aveva fatto nascere il guaio? Di certo, l'ostiere, anco ingannandosi sul conto de' due forastieri, non aveva inventato il personaggio e il matrimonio di pianta. E forse, anzi senza il forse, la Gilda ne sapeva l'intiero. Ma il chiederne a lei non avrebbe dato a divedere che troppo gli premeva di madonna Nicolosina? Tanto faceva aprirsi a dirittura con questa e dirle spiattellato: madonna, io muoio d'amore per voi.
Fosse almeno capitato il Sangonetto a trovarlo; si sarebbe raccomandato a lui, che pigliasse lingua da alcuno. Ma il Sangonetto aveva preso il largo; in vece sua, era diventato un pezzo grosso; tornato a mala pena dalle Langhe colla promessa degli aiuti, aveva spiccato il volo per altri lidi. Nessuno sapeva per dove; egli stesso, andato per pochi istanti a vedere l'infermo e trovar modo di bisbigliare una parolina alla Gilda (che lo vedea volentieri come il fumo negli occhi) non ne avea pur rifiatato. Vanaglorioso ed ingrato, il nostro Tommaso già sentiva la carica.
Diremo noi brevemente dove fosse andato; in Francia, alla corte di Carlo VII, il re di cui avea detto Lahire, che perdeva «allegramente» il suo regno, e a cui il fiore dei cavalieri francesi e una meravigliosa pulzella dovevano riconquistarlo più tardi; ci era andato, non già come ambasciatore, bensì col più umile e più sollecito ufficio di corriere, e portava, da buon corriere, una lettera.
In essa, Galeotto rammentava l'ossequio dei Carretti e la loro divozione ai reali di Francia; ricordava come un Nicolò, suo zio paterno, combattendo per Carlo e pel nome francese, fosse stato ucciso in battaglia dagl'Inglesi invasori; soggiungeva essere egli stato mai sempre nemico acerbo ai Fregosi, i quali, essendo Barnaba Adorno doge di Genova, avevano ingannato Sua Maestà, pigliandone molte migliaia di fiorini contro la promessa d'impadronirsi di Genova e darla a lui; e l'avevano presa e l'avevano tenuta per sè. Vendicasse adunque lo scorno patito, soccorrendo il Finaro contro i Fregosi. Questi erano odiatissimi a Genova, di guisa che sarebbe tornato agevole al re, combattendo i Fregosi e avendo dalla sua il Finaro, insignorirsi di quella repubblica. Anche Galeotto, come si scorge di qui, vendeva la pelle dell'orso. Costume dei tempi!
Andava dunque il Sangonetto con grande celerità e presentava la lettera. Essa piacque oltremodo al re, che s'era allacciata al dito la gherminella di Giano Fregoso e stimò d'avere gran sorte, se poteva, con poco disagio suo, dare a quel cattivo pagatore una grande molestia. A pronta dimostrazione dell'animo suo verso il marchese Galeotto, mandò subito al Finaro un prode italiano, allora ai servigi di Francia, messer Giovanni Sanseverino, con venticinque lancie, ed altri aiuti promise. Que' cavalli intanto dovevano essere la mano di Dio pel marchesato, che molti invero non avrebbe potuto nutrirne, o adoperarne in quelle strette sue gole, ma di un certo numero avea pure mestieri, per contrapporli ai cavalli nemici e sostenere all'uopo gli assalti dei fanti.
Ed ecco perchè Giacomo Pico non aveva più visto il Sangonetto, nè potuto sciogliere uno dei nodi che più gli stavano a cuore. Intanto i giorni passavano; la guerra, non pure era cominciata senza di lui, ma vigorosamente condotta fino alla resa di Castelfranco, senza che egli potesse ancora uscir fuori e nelle aspre fatiche del campo acquetare un tratto le acerbe battaglie del cuore.
Ben presto, dal vano della sua alta finestra, potè vedere co' suoi occhi il nemico. Una bastita per tutto l'esercito genovese era innalzata da due giorni a Monticello, proprio alla vista del borgo, e due grosse bombarde v'erano collocate a difesa. Tre battifolli subito dopo erano edificati più avanti, l'uno sul poggio di Maria, l'altro nella vigna di Nicolò Giudice, il terzo all'Argentara, sul fianco stesso della terra assediata. Quest'ultimo, per altro, non fu costrutto dai Genovesi senza grande spargimento di sangue.
Dicevasi allora che tante fabbriche militari si facessero per arricchire i Fregosi. Nicola, cugino di messer Pietro, intascava per ogni nuova bastita dugento fiorini, e questi in prezzo dell'opera sua, mentre assai più gliene erano pagati per l'opera degli artieri, ai quali non ne dava neanco cinquanta. Ma queste forse erano ciarle dei malevoli. Anche i nemici dicevano che tante bastite non servissero a nulla; eppure, la mercè di questi saldi ripari, l'esercito genovese aveva potuto farsi tant'oltre, in luoghi così malagevoli per natura, e pericolosi, poi, se tenuti da un forte e risoluto nemico.