In tal guisa era stretto il Finaro, che, a detta del Picchiasodo, non poteva uscirne un uccello a volo, che nol vedessero i Genovesi, ed egli inoltre poteva contare le casseruole e i tegami appesi alla parete nelle cucine degli assediati.
Questo era forse un vanto soverchio; ma certo la vicinanza dei nemici doveva parere già troppo molesta a Galeotto, che, insieme col fratello Giovanni, usciva ogni giorno a battaglia. Francesco, il capitano generale, non era più con esso loro; andato verso Garessio, per affrettar la venuta degli aiuti che mandava la lega, avea fatto come il corvo dell'Arca; non s'era più visto, e gli aiuti promessi, nemmeno.
Tardi ricordò Galeotto che il suo capitano generale era cugino di Marco, del tiepido signore di Osiglia; più tardi ancora riseppe che Genova a Marco e ai cugini suoi prometteva di dare la parte loro del marchesato, quella stessa che i loro antenati Emanuele ed Aleramo avevano posseduta. E quando ciò seppe, argomentò che dai congiunti suoi delle Langhe non aveva più nulla a sperare, e che le vie di Calizzano e di Osiglia, donde si sentiva sicuro alle spalle, non gli teneano più fede.
Non si smarrì tuttavia, non si perdette d'animo; che anzi, il sapersi solo, accrescendogli la malleveria dell'impresa, gli aggiunse le forze della disperazione. Sì, veramente, con mani e con piedi, come aveva scritto al doge di Genova, era egli inteso a difendersi. E quella sua baldanza inanimiva i Finarini, li incuorava non solo ad affrontare arditamente i pericoli, ma a sopportare con fermezza i danni della guerra.
E questi pur troppo erano gravi. Dal poggio di Maria, le cortane e le spingarde nemiche gittarono trecento pietre nel Borgo; trecento ne gittarono esse sole, e di gran peso, le tre bombarde maggiori, che tutte traevano a giusta mira contro la torre della Rasana, la più forte che fosse sulla cinta dei muri.
E Galeotto a rispondere con un'altra sortita, più vigorosa a gran pezza delle altre, Barnaba e Paolo Adorno lo seguono; Giovanni suo fratello, Giacomo figlio d'Oddonino, Lazzarino figlio d'Urbano, ed altri giovani egregi del suo parentado, si tengono ad onore di combattere, come semplici soldati, al suo fianco. Scende una grossa schiera da Calvisio, per la valle di Pia, e molesta i Genovesi alle spalle; si voltano essi per rincacciare gli audaci, ed ecco, sono assaliti di fronte, al battifolle del poggio di Maria, a quello dell'Argentara, con una furia che mai la maggiore. Basti il dire che in questo parapiglia improvviso, Anselmo Campora fu ferito accanto alla signora Ninetta di cui si fece riparo al corpo, mentre da solo sosteneva l'assalto di cinque nemici. Ne uscì, per altro, ad onor suo, con una di quelle che egli dicea graffiature e che altri avrebbe chiamato sberleffi belli e buoni, quantunque non belli, nè buoni. Ma la sua dama fu salva dalle ingiurie nemiche, e questo era per lui l'essenziale.
Gran danni soffersero i fanti delle tre podesterie intorno a Genova e dei vicariati di Spezia e di Chiavari. Il loro comandante, Carlino da Voltaggio, fu preso e condotto prigione, malgrado gli sforzi fatti da' suoi per liberarlo. I passi erano angusti e in molti uomini si facea come in pochi; anzi, per la confusione che nasce dal numero, assai meno che in pochi. Il battifolle del poggio di Maria fu corso e ricorso dai Finarini; così quello dell'Argentara; prigioni potevano farne non pochi; ma perchè avrebbero portato tante bocche inutili dentro del Borgo? Li lasciarono adunque e tornarono nelle mura, carichi di bottino e di gloria.
Messer Pietro Fregoso, per la prima volta dacchè era venuto all'impresa del Finaro, si morse le labbra, e sino a far sangue; tanto fu la sua stizza per l'audacia del marchese e per la nissuna vigilanza de' suoi.
In quel mezzo, giungeva il Sanseverino colle venticinque lancie e la promessa di nuovi aiuti di Francia. Galeotto, cresciuto mirabilmente d'ardire, disegnò tosto in cuor suo una bellissima impresa; che era quella di andare egli in persona a tentare un colpo su Noli, per togliere quel fortissimo luogo alla protezione dei Genovesi e in pari tempo impedir loro la ritirata, e intercettare le salmerie.
Ma qui, siccome col Sanseverino è tornato anche il nostro Tommaso Sangonetto, e Giacomo Pico ha potuto avere qualche utile ragguaglio da lui, sarà acconcio di tornare al castello Gavone e a quella camera alta, che è nella torre dell'Alfiere.