Erano infatti così poco musulmani, che nel 1173 uno dei loro gran priori, a nome Sinan, il quale godeva fama di santità, inviò un'ambasciata ad Almerico, re di Gerusalemme, offrendo in nome suo e in quello del suo popolo di abbracciare il cristianesimo, a patto che i Templarii rinunziassero all'annuo tributo di duemila ducati d'oro che loro avevano imposto e vivessero con esso loro in pace e da buoni amici. Almerico gradì l'offerta e congedò onorevolmente l'inviato. Ma questi, nel far ritorno al suo territorio, fu ucciso da un drappello di Templarii, guidato da un Gualtiero Du Mesnil. Dopo ciò gli Assassini posero nuovamente mano alle daghe, che per molti anni erano rimaste inoperose, e fra le altre lor vittime, Corrado, marchese di Tiro e di Monferrato, fu morto nel 1192 da due Fedàvi sulla piazza del mercato di Tiro. Ma questa è storia posteriore di troppo al nostro racconto e va lasciata in disparte, bastando averla accennata per lumeggiare il carattere della sètta.
Per pochi giorni ancora Abu Wefa, il gran Priore d'Occidente, e Bahr Ibn dovevano rimanere uniti nel castello di Kanat. Lo Sciarif aveva capito di non poter condurre ai suoi disegni il Dai el Kebir, e questi a sua volta tentava d'indurlo ad un viaggio verso settentrione, dov'egli andava a conquistarsi un territorio meno sterile che non fosse il deserto di Edom.
I negoziati erano a quel segno, quando Gandolfo del Moro e Caffaro di Caschifellone giunsero al campo.
Arrigo da Carmandino, stanco di quel lungo soggiorno tra gli infedeli, vera cattività di cui non bastavano a mitigargli l'affanno le continue testimonianze d'amicizia del suo protettore, avrebbe dato di grand'animo la vita, pur di giungere in patria e spirar l'anima ai piedi della sua fidanzata. Che era egli avvenuto di lei? Gli aveva tenuto fede? Doloroso pensiero che Arrigo scacciava ad ogni tratto da sè, ma invano, perchè esso gli ritornava sempre più ostinato, sempre più molesto, allo spirito.
Quella vita era insopportabile davvero. Il cielo adunque lo aveva campato da morte, per condannarlo ad una eterna prigionia nei deserti di Palestina? Il giovane Arrigo sentiva di amare Bar Ibn, e non poteva non avere in pregio le virtù di quei barbari tra cui lo aveva sbalestrato il destino; ma certo quella vita randagia e senza un raggio di speranza per lui non era tale da doversi durare più a lungo.
Anche il suo protettore lo aveva capito e si struggeva in cuor suo di non poterlo contentare, rimandandolo in patria. Mal sicuri gli accessi al confine del nuovo regno cristiano; la costa in balìa degli Emiri, nemici suoi, come della gente cristiana; difficile, per non dire impossibile, il combinare di là, nel cuore del deserto, una nave d'Occidente su cui potesse imbarcarsi il suo ospite sconsolato.
Eppure, tanto era l'affanno di Arrigo, che lo Sciarif ne fu scosso e promise a sè medesimo di tentare una via per rimandarlo tra' suoi.
Erano tornati dalla impresa sfortunata contro l'Egitto. L'incontro di Bahr Ibn col gran Priore degli Assassini d'Occidente era avvenuto, e i negoziati avevano sortito quell'esito che sappiamo.
— Cristiano, — disse Bahr Ibn ad Arrigo, — io m'avvedo che l'anima del guerriero vola col desiderio ai minareti della sua patria lontana. Sii paziente ancora per pochi giorni. O debbo rimaner qui, inutile a me stesso e alla mia fede, e allora potremo fare con tutta la mia gente una corsa verso la valle di Ebron, dove comanda un uomo della tua fede, il barone Gerardo di Avennes. O accetto la proposta di Abu Wefa e vado con lui verso settentrione; e allora vedrò di spiccare un drappello di cavalieri, che ti accompagni ai confini del principato di Tiberiade, dove regna il valoroso Tancredi. —
Arrigo avrebbe desiderato d'inoltrarsi subito verso le mura di Gaza; ma l'amicizia rendeva prudente l'animo di Bahr Ibn.