Così fortificato contro ogni vile pensiero, combatteva il vecchio Krebir. In mezzo alla mischia cercò il biondo scudiero, che era stato commesso alla sua custodia, e lo vide, o, per dire più veramente, lo udì, mentre gridava e invano si dibatteva fra le strette dei suoi assalitori.

La ragione di quell'attacco notturno balenò allora alla mente del vecchio, che non volle assistere a tanta sventura e si lanciò disperato da quella parte, cercando inutilmente di rompere la cerchia dei nemici. La daga di un Fedàvo bevve il suo sangue, penetrandogli nella gola.

— Era scritto! — diss'egli, stramazzando al suolo, mentre il sangue spicciava a fiotti dalla vasta piaga.

— Non c'è che un Dio! — aggiunse poscia, levando al cielo la mano irrigidita.

E non disse più altro. In quella affermazione della sua fede, il vecchio Krebir aveva esalato l'anima invitta.

CAPITOLO XIV. Dove è dimostrato che sui ribaldi non si veglia mai abbastanza.

Caffaro di Caschifellone e Gandolfo del Moro non avevano intanto perduto il loro tempo. Valicate le strette di Cades, e senza imbattersi in nessuna compagnia di Arabi predatori, erano discesi per la terra di Seir nella gran valle che già aveva preso il nome dagli Edomiti. Colà, ad una giornata di cammino dal castello di Kanat, avevano trovato un drappello di cavalieri Saracini, che correvano il paese. Non potevano capitar meglio; perchè quei cavalieri erano appunto le vedette dello Sciarif, e il loro viaggio di scoperta raggiungeva finalmente la meta.

Fornite le necessarie spiegazioni a quei sospettosi cavalieri e detto l'intento della loro gita al deserto, i nostri viaggiatori furono presi in mezzo dagli esploratori e condotti al castello di Kanat.

Bahr Ibn era per l'appunto laggiù, ospite di Abu Wefa, il Dai al Kebir d'Occidente, con cui stava negoziando, per averlo aiutatore ai suoi disegni contro l'Egitto. Abu Wefa, poco scrupoloso come i suoi pari, sarebbe andato, non che contro di Afdhal, che era un usurpatore, contro tutti i più legittimi califfi della discendenza fatimita. Ma egli maturava fin d'allora più ambiziosi disegni. Mi pare di avervi già detto che il gran Priore degli Assassini d'Occidente si disponeva ad una marcia verso le regioni settentrionali di Palestina, per andare a piantarsi sulle montagne nei pressi d'Antiochia, potenza nuova ed attenta fra i Turchi Selgiucidi e i Cristiani, la quale, facendo assegnamento sulle loro inimicizie e approfittando delle intestine discordie di questi e di quelli, avrebbe potuto dare cominciamento ad un secondo regno d'Assassini, così indipendente dall'autorità dei Fatimiti d'Egitto, come sicuro dalle gelosie degli Abassidi di Bagdad.

Era una ragione di Stato tutta propria di quell'ordine tenebroso, che aveva preso a vivere sul tronco islamitico, in quella medesima guisa che l'edera vive sul tronco d'un albero, per trovare il suo sostentamento nei succhi già elaborati dalla pianta, involgerla a grado a grado e farla intristire.