La minaccia fu udita da tutti coloro che si stringevano a difesa intorno al vecchio condottiero.
— Gli Assassini! — gridarono atterriti. — Sono gli Assassini! —
Molte dicerie paurose correvano già intorno a quei nuovi ospiti del deserto, in mezzo agli Arabi di Palestina. Si diceva che avessero tutte le dieci doti del guerriero: l'ardimento del gallo, il razzolìo della gallina, la fierezza del leone, lo slancio del cinghiale, l'astuzia della volpe, la prudenza dell'istrice, la rapidità del lupo, la costanza del cane, e la struttura del naguir, piccolo animale che prospera nelle privazioni e negli stenti.
Si diceva per contro che fossero poco saldi nella fede e che mettessero la causa del loro ordine molto più sopra di quella dell'Islam. Di qui a crederli demonii scatenati dall'inferno, non era che un passo. Lontani, piacevano poco; vicini, incutevano spavento.
E uno sgomento invincibile colse quei poveri cammellieri, gente così valorosa in ogni altra occasione, ma che non poteva, nel tramestìo di quella sorpresa notturna, misurare la gravità del pericolo.
Così avvenne che gli arcadori genovesi rimanessero quasi soli a resistere. Gittati gli archi, oramai diventati inutili, avevano posto mano alle spade e si difendevano valorosamente, ma non senza stupirsi del modo strano che usavano i loro nemici nel fare la guerra. Infatti, gli Assassini, avvicinandosi a mezza spada, e riconoscendo di averla a dire con guerrieri cristiani, non lavoravano ad uccidere; facevano impeto in molti, cercando anzitutto di schermirsi come potevano; per giungere sotto e disarmare i loro avversarii. Un moderno avrebbe detto che c'era molta diplomazia in quella maniera di combattere; un cinquecentista ci avrebbe intravveduta la ragione di Stato; ma per quel tempo bisognava dire che i combattenti avessero ordine d'adoperare in tal guisa, e che la cieca obbedienza a cui li avvezzava la impromessa del paradiso fosse la vera cagione di quel rispetto ai guerrieri cristiani. Rispetto che non giungeva fino al punto di rimandarli liberi, poichè, a mano a mano che li avevano disarmati, li legavano stretti con certe funicelle e li spingevano l'uno sull'altro di costa alla tenda.
Assai più difficile impresa era quella d'impadronirsi del vecchio Krebir, pel quale, del resto, non avrebbero usati tanti riguardi. Ma il fiero Abd el Rhaman non si poteva prendere, nè ammazzare così alla svelta. Al comando di arrendersi aveva risposto colla minaccia di uccidere il primo che gli si fosse accostato, e già tre uomini, che avevano tentato il colpo, si erano persuasi col fatto ch'egli parlava da senno.
Il vecchio Krebir pensava in quel punto alla dia, o prezzo del sangue, che egli avrebbe dovuto pagar colla sua testa all'Emiro di Gaza, se fosse tornato alla spiaggia senza i Cristiani affidati alla sua vigilanza. Pensava al suo onore irreparabilmente perduto; come condottiero di carovana, dopo trenta e quarant'anni di fortunata esperienza. E pensava infine esser meglio il morire, per una giusta causa, combattendo i nemici di Allà. Non era opinione universale tra i credenti, che quegli Asciscin, sbucati dalla Persia, fossero una sètta di infedeli, e peggio assai dei Cristiani, poichè questi credevano almeno al profeta Gesù, laddove i seguaci del Vecchio della Montagna non credevano a nulla?
Maometto, fermandosi un giorno davanti ai due cimiteri della Mecca, era uscito in queste profetiche parole:
«Di questi due cimiteri, settantamila morti ascenderanno al paradiso senza render conto a Dio delle loro colpe; e ognuno di loro potrà farne entrare settantamila con sè. I volti loro somiglieranno alla luna piena. Una sola cosa è più meritoria del pellegrinaggio, agli occhi di Dio, ed è il morire nella guerra santa, nella guerra contro gli infedeli.»