Così dicendo, Abd el Rhaman diè di piglio alla sua scimitarra e fu d'un salto sui cammelli.
Il campo era tutto a rumore. Ma l'ospite continuava a russare, ravvolto nelle pieghe del suo mantello sdruscito.
— Maledetto cane! — gridò Abd el Rhaman, percuotendo quel corpo inerte d'un calcio.
Lo scudiero, che aveva seguito il vecchio fin lì, visto quell'atto brutale, che contrastava con tutte le leggi della ospitalità, fu sul punto di credere che il vecchio Krebir avesse smarrito il suo senno.
Ma prima che il concetto potesse prendergli forma nell'animo, un sibilo acuto gli percosse l'orecchio, indi un altro, e un altro ancora, e fu tosto un rumore di passi, uno strepito d'armi, sui due lati del campo.
— Difendiamoci, in nome di Dio! — tuonò il vecchio condottiero.
Gli arcadori genovesi avevano già afferrati i loro archi. Ma le corde erano recise. Non restavano che i cammellieri, a far fronte colle lancie.
— No, no; — gridava il Krebir, brandendo la sua scimitarra. — La lancia è la sorella del guerriero, ma essa può sempre tradirlo. Gittate lo scudo; intorno a questo si addensano le sventure; la spada, la spada è l'arma dell'Arabo, quando il suo cuore è forte come il braccio. Alle gambe del nemico, alle gambe! —
E mandando i fatti compagni alle parole, il fiero vecchio diè tale un colpo agli stinchi del primo che gli si fece davanti, che lo mandò ruzzoloni, coi piedi troncati di netto. Era uno degli ospiti, colui che pur dianzi russava, mentre l'altro, approfittando delle tenebre e del sonno degli arcadori, era andato carponi recidendo le corde degli archi.
— Traditore! — gridò il ferito, storcendosi dolorosamente sulla sabbia. — Tu pagherai la mia morte al gran Priore d'Occidente. —