— No, — diss'egli, — mandarti all'Emiro di Gaza, senza la certezza di un naviglio in quelle acque ad aspettarti, sarebbe un errore. Qui vivi ospite caro e padrone della mia tenda; laggiù, sarebbe forse lo stesso? L'ospitalità, lunge dagli occhi miei, non potrebbe mutarsi per te in prigionia? —
Il povero Arrigo da Carmandino aveva dovuto arrendersi alle giuste considerazioni dell'amico ed aspettava con impazienza il termine di quella lunga fermata al castello di Kanat.
Argomentate la sua allegrezza, quando fa annunziato l'arrivo dei Genovesi nel campo dello Sciarif. Il nostro Arrigo fu per impazzirne. Baciò quella terra dove poc'anzi gli sapea male di essere stato indugiato così lungamente; volò incontro ai suoi salvatori, e cadde, mezzo svenuto, nelle braccia di Caffaro, del suo giovane compagno d'armi, che era stato sul punto di essere anche il suo compagno di sventura, nel giorno della presa di Cesarea, giorno così glorioso ad un tempo e fatale per lui.
E là, poichè si fu riavuto dalla commozione improvvisa, senza dargli tempo di respirare, Arrigo incalzò colle domande l'amico. Sulle prime non ardiva andar diritto all'essenziale. Domandò di questo e di quell'altro dei loro compagni; si rallegrò di udire che erano tornati sani e salvi in patria, e più ancora di sapere che una terza spedizione era giunta sulle coste di Soria e già aveva ripreso il filo interrotto delle nobili imprese. Ma il colmo alla sua gioia fu posto dall'annunzio che la galèa di Caffaro era ad aspettarli nelle acque di Gaza, di quella Gaza che al suo cuore presago era apparsa come il punto della liberazione.
— Ma.... — entrò egli a dire finalmente — nessuno mi manda un saluto.... una parola di conforto da Genova? Non avete altra lieta novella per me?
— La più lieta che voi possiate immaginare; — rispose Caffaro di Caschifellone. — Ma vi prego, chetatevi, messere Arrigo; siate forte alla gioia, come lo siete stato al dolore.
— Dite, dite, amico, fratello mio! — proruppe Arrigo, i cui occhi raggiavano di contentezza. — Non si muore di gioia; io sarei già morto, vedendovi giungere al campo di Bahr Ibn. Ma dite, ve ne supplico, dite! È l'incertezza, che uccide.
— Siamo divisi in due squadre, — disse Caffaro allora; — a due terzi di strada, al pozzo di Rehobot, ci aspetta il grosso della carovana, ed è là, col resto dei nostri arcadori, un gentile scudiero che porta il nome di Carmandino.
— Di Carmandino! — ripetè Arrigo, che non intendeva quella novità.
— Sì, — rispose Caffaro, — ma non è il suo, e lo porta come un augurio. Lo scudiero è bianco in viso come una fanciulla; ha i capegli d'oro e gli occhi azzurri.