— Ah! — esclamò Arrigo, mettendosi una mano sul cuore, per comprimerne i battiti.

— Avete indovinato; — soggiunse Caffaro. — Siate forte, messere. Noi riposeremo quest'oggi, e se il vostro amico e protettore lo consente, domani ci rimetteremo in cammino.

— Oh, lo consentirà, non temete! Egli è stato sempre così buono con me! Mi ha campato da morte, ha vegliato su me, con un affetto più che fraterno. Una cosa sola non ha potuto darmi, l'allegrezza, perchè questa non era in poter di nessuno. Infatti, se io non sono stato libero prima, la colpa non è sua, ma del ferreo destino che ci fa da oltre un anno vagabondi in queste pianure d'arena. Eppure, vedete, messer Caffaro, io benedico questa mia lunga cattività, questa dolorosa lontananza da tutti i miei cari, perchè essa mi ha dato oggi il modo di scorgere alla prova come la donna dei miei pensieri sentisse fortemente l'amore.... ed anche, per esser giusti, — soggiunse Arrigo, stringendo affettuosamente la mano di Caffaro, — come pensassero gli amici al povero prigioniero di Cesarea. —

Gandolfo del Moro udiva quelle effusioni dell'animo di Arrigo, e l'amarezza gliene veniva alle labbra.

— Perdio, — brontolò, — come è felice costui! —

E si allontanò dal crocchio, per andarsene ad ossequiare lo Sciarif, che trattava i Genovesi con una liberalità veramente orientale.

— Credenti in Dio, — aveva egli detto ai suoi cavalieri, — noi combattiamo in guerra i Cristiani, perchè nemici nostri e invasori delle terre che il profeta ha assegnate al trionfo della sua fede. Ma essi sono oggi gli ospiti nostri, e l'ospite, dovunque arrivi e da qualunque parte egli venga, è signore. —

Anche l'alleato suo, Abu Wefa, partecipava di buon grado a queste amorevoli accoglienze. Arrigo da Carmandino e Caffaro di Caschifellone, per conseguenza, erano i prediletti di Bahr Ibn; e Abu Wefa prese ad usar cortesia a Gandolfo del Moro. Ma era egli proprio vero che lo togliesse come l'ultimo rimasto? E non ci si aveva a vedere piuttosto un effetto di quella simpatia che nasce spontanea tra i simili?

Era uno strano personaggio, il Dai al Kebir. Anzi, se permettete, lascieremo quind'innanzi il suo titolo Saracino per chiamarlo cristianamente il Gran Priore, come usavano tutti i Crociati di quel tempo, così poco famigliari coll'arabo.

Giovane ancora, intorno ai quaranta, lunga la barba e nera, ma rada, alto della persona e snello a guisa d'un palmizio, il Gran Priore poteva sembrare da lunge un bell'uomo, aiutando alla maestà dell'aspetto la fascia rossa ravvolta a mo' di turbante (dulipante, dicevasi allora) intorno all'elmo di acciaio, e il gran mantello di seta bambacina, listato di bianco e di rosso, che nascondeva la cotta di maglia e gli altri arnesi del guerriero. Ma veduto da vicino era tutt'altro; la torva guardatura, il volto sfregiato da una lunga cicatrice, e l'asciutta rigidezza del labbro superbamente atteggiato, più che maestoso lo faceano terribile. E ciò piacque a Gandolfo, che vedeva in quel volto riflettersi qualche cosa del suo, e che istintivamente odiava i belli. Messer Gandolfo era un uomo impastato di gelosia. Avrebbe fatto a pezzi l'Apollo del Belvedere e il Fauno di Prassitele, se questi due miracoli di bellezza gli fossero capitati tra mani.