— Gran Priore, — gli disse, in un momento di espansione, — molte cose si narrano della vostra possanza. —
Gandolfo non aveva dimenticato i paurosi ragguagli che intorno alla sètta degli Assassini aveva forniti il povero Abd el Rhaman ai viaggiatori genovesi, nella loro fermata al pozzo di Rehobot.
Abu Wefa aggrottò le ciglia e diede a Gandolfo del Moro un'occhiata maestosa.
— Che ne sapete voi, cavaliere? — chiese egli di rimando.
— L'Occidente, — rispose Gandolfo, — è pieno delle vostre gesta. Si parla di voi, nelle veglie dei nostri castelli, molto più che dei Turchi d'Iconio e del soldano di Babilonia.
— Ah sì? — disse quell'altro, spianando le rughe del fronte, come uomo che non era insensibile alla lode. — E che cosa si dice di noi?
— Che siete possenti e terribili come il mistero che vi circonda, audaci e pronti come gli avvoltoi del vostro nido di Alamut; che avete sparse le vostre fila sicure per tutto l'Oriente; che siete la più temuta sètta della religione di Maometto.
— Dite anzi la più grande, e l'unica vitale fra tutte; — rispose il Gran Priore, con accento da cui traspariva l'orgoglio sconfinato del suo ordine. — I figli d'Ismaele non possono prosperare più oltre senza di noi. L'Islam è vecchio; bisogna ringiovanirlo con una nuova dottrina. E noi ne verremo a capo, collo spavento e col sangue, poichè altra maniera d'insegnamento non c'è, tra questi imbelli ed ambiziosi Califfi, che hanno in custodia la bandiera del Profeta, che si contendono il sommo potere tra loro e lasciano a voi cristiani metter piedi in Soria.
— E dicono altresì, — riprese Gandolfo del Moro, — che voi, meglio dell'altra gente, intendete i gaudii della vita, e che la bellezza vi piace, come il premio più accetto ai valorosi.
— La bellezza è il sorriso dell'universo; — sentenziò il Gran Priore; — è il paradiso, che Dio ha collocato nel mondo, e non fuori. Vincere, sterminare i proprii nemici; ottenere la ricchezza e inebriarsi di amore, è questa la parte dei forti.