— Ben dite, la parte dei forti! — esclamò Gandolfo, a cui scintillavano gli occhi. — Esser forti, od astuti, che è un esser forti per altra guisa; questo è l'essenziale. Anch'io, Gran Priore, vorrei essere dei vostri. —
Abu Wefa gli diede un'altra delle sue guardate, che pareva volerlo passare fuor fuori.
— Da senno? — gli chiese.
— Perchè no, se fossi più giovane? Non parlo della religione, che, da quanto ho capito, non dovrebb'essere un ostacolo ad entrare nel vostro gran sodalizio. Ma è dei giovani soltanto il sottomettersi a certe prove.
— Amico, — disse il Gran Priore, con un accento misto di familiarità e di diffidenza, — tu non potresti entrar già nella schiera dei Fedàvi. Son questi i giovani che noi educhiamo dalla prima adolescenza a tutte le imprese più disperate, conducendoli alla luce per la via dell'errore. Credono al paradiso di là, al paradiso del Profeta, e noi dobbiamo avvezzarli a grado a grado. Ma tu ben potresti entrare nel numero dei compagni, dei rèfili, in attesa di meritare coi servigi il grado di Dai, o di maestro iniziato.
— I rèfili! — esclamò Gandolfo. — Che cosa significa ciò?
— E tu perchè mi fai questa domanda? — disse a sua volta Abu Wefa, fermandosi a un tratto e piantandogli addosso lo sguardo scrutatore. — Hai forse disegnato di rubare un segreto a me? Bada bene, Cristiano, un segreto non si vende che a prezzo di un altro segreto.
— E sia, — rispose Gandolfo. — Ho infatti a parlarvi di cosa grave, e se voi mi giurate....
— Ti avevo capito alla prima; — interruppe Abu Wefa; — ti avevo letto un arcano negli occhi. Sta bene; — proseguì allora, abbassando la voce. — Questa notte fa di andare a dormire più lunge che potrai dai tuoi compagni di viaggio. Un mio Fedàvo verrà a cercarti. Seguilo, e parleremo... ci intenderemo.
— Lo spero; — disse Gandolfo.