Riuscito d'improvviso davanti al monumento di Sidì al Hadgì, e veduta la funebre scena, Arrigo da Carmandino rimase muto a guardare, e istintivamente chinò la fronte, mormorando una preghiera pel trapassato, che si vedeva disteso sotto la tenda di cuoio. Arrigo non conosceva nessuno di quegli uomini e non era conosciuto da nessuno; perciò non sapeva a cui volgersi, e niuno degli Arabi gli era andato incontro, per tenergli la staffa.

Uno di essi, finalmente, si mosse dal crocchio e avvicinatosi al cavaliere gli disse:

— Mio signore, donde vieni e che cosa domandi?

— Vengo dal castello di Kanat; — rispose Arrigo, — e precedo i Genovesi che hanno lasciata qui una parte della carovana di Gaza. —

L'Arabo non aspettò che il cavaliere rispondesse alla seconda richiesta, e corse al pozzo gridando:

— Cristiani, venite qua, è arrivato uno dei vostri. —

Alla chiamata si presentarono parecchi arcadori genovesi, che un gruppo di palme nascondeva agli occhi di Arrigo. Uno di essi, vecchio soldato, lo riconobbe da lunge.

— Messere Arrigo! — gridò egli, accorrendo. — Sia lodato il cielo! Voi tornate, almeno!

— Almeno! — ripetè Arrigo, turbato. — Che vuol dir ciò? I nostri compagni mi seguono e nessuna sventura li ha colti. Ditemi invece; è qui con voi un giovane scudiero, che porta il mio stesso nome? —

L'arcadore chinò gli occhi a terra, e si pentì, ma troppo tardi, di essere corso il primo a salutare Arrigo.