— Orbene, avanti! Gli Assassini?...

— Ci hanno assaliti, tre giorni or sono, ci hanno colti a tradimento, senza che noi potessimo pure difenderci.

— Qui? Con tanta gente della nostra carovana, e con quell'altra che vedo ancora qui trattenuta?

— No, alle strette di Cades.

— Ah! — gridò Caffaro, rammentando le traccie del sangue. — Il cuore me lo aveva pur detto! Ma come? — proseguì, interrogando i suoi arcadori. — Perchè vi siete discostati dal pozzo di Rehobot? E come va che ci siete tornati?

— Signore, non siamo noi che abbiamo voluto muoverci di qua.

— Forse Abd el Rhaman?

— No, neppur egli. Fu lo scudiero, fu madonna Diana, che moriva d'impazienza, non vedendovi ritornare al giorno indicato. Abd el Rhaman, inquieto anche lui la sua parte, finì col cedere alle istanze, e ci condusse a due altre giornate verso levante, fino alle strette di Cades. Dovevamo ripartire la mattina, per alla volta di Kanat, quando, nel cuor della notte, ci giunsero due pellegrini affamati. Erano due Assassini, travestiti da poveri viandanti. Li abbiamo accolti, dissetati e sfamati. Essi, in ricambio, hanno tagliato le corde dei nostri archi, e chiamati su noi, mentre dormivamo, i loro compagni, appostati in gran numero tra i lentischi della collina. Signore, è stata un'orrida notte! Due dei nostri, il bravo Rubaldo Vecchio e il povero Ottone di Busalla, son morti nello scontro; altri cinque sono feriti, e senza aver potuto salvare il biondo scudiero.

— E il Krebir?

— Eccolo là; i suoi uomini lo hanno riportato al pozzo di Rehobot, per dargli sepoltura. Il generoso vecchio ha pagato colla vita l'error suo e quello di madonna Diana. —