— Avete ragione: — replicò Gandolfo. — E perdono alla vostra commozione il sospetto caduto su me. Invero, chi potrebbe odiare Arrigo da Carmandino se non son io quel desso? E tuttavia, pensateci meglio, messer Caffaro. Avere amato Diana.... Oh, non mi guardate con quegli occhi torbidi, Arrigo; il mio amore sfortunato non può essere un'offesa per voi! Avere amato Diana degli Embriaci, — proseguì Gandolfo, rivolgendo il discorso a Caffaro di Caschifellone, — vorrà forse dire che io potessi darla in balìa dei nemici? Il fiero e geloso amatore che io sarei stato, se avessi fatto una vendetta così sciocca! — soggiunse, accompagnando le parole con un amaro sorriso. — Un male ho fatto, pur troppo; e me ne pento, ma tardi. Son io che ho consigliato l'impresa di venire in traccia di Arrigo; son io che mi sono proposto a capitanarla. Ma dite, alla croce di Dio, potevo io forse prevedere che madonna Diana sarebbe venuta con noi? E sono io forse che l'ho consigliata a non seguirci oltre il pozzo di Rehobot? Eppure, sì, la colpa è mia, perchè tutto il male è venuto dal mio primo disegno. Ma giuro a Dio che ci ascolta, e possa io cadere qui fulminato se mento, non è in me altra colpa fuor questa. —

In quel punto Gandolfo del Moro avrebbe voluto essere esaudito, cader fulminato davvero; tanto profondamente sentiva egli l'orrore del suo delitto, e così vivo era in lui il desiderio di sottrarsi allo sguardo scrutatore dei compagni.

Frattanto, egli avea messo tanto ardore nella sua discolpa, che Caffaro rimase perplesso, e dubitò del suo dubbio.

— Impossibile! — mormorò egli, rispondendo a sè stesso. — Bisognerebbe supporre una malvagità troppo grande nel cuore di un uomo. —

Mentre questo dialogo avveniva tra loro, gli Arabi della scorta, e i loro compagni dell'altra carovana proseguivano la funebre cerimonia.

Finite le lamentazioni, presero il cadavere, lo lavarono accuratamente, e lo involsero in un bianco lenzuolo, inzuppato nell'acqua e profumato di belzuino. Poscia, quattro di loro, che erano i più autorevoli nella carovana dopo l'estinto, sollevarono dalle quattro cocche il tappeto su cui era disteso il cadavere e lo portarono più lunge, dove era già scavata la fossa per accoglierlo.

— «Non c'è che un Dio!» — cantava gravemente il più vecchio, che faceva le veci di sacerdote.

— «E il nostro signore Maometto è il suo profeta, — rispondevano gli altri in coro.

Giunti sull'orlo della fossa, il vecchio intuonò il salat el gienaza, ossia la preghiera della sepoltura:

«Lode a Dio, che dà la morte e la vita;