— Ah, sì? — mormorò il Gran Priore, a cui la risoluzione parea troppo repentina, come troppo sollecito il viaggio.
— Per l'appunto — replicò Bar Ibn; — e voglia il cielo che io non giunga troppo tardi!
— Infatti, — disse Abu Wefa, — a quest'ora i Cristiani possono aver fatto molto cammino.... assai più che tu non ne abbia fatto in così pochi giorni, dacchè ci siamo lasciati. —
Bahr Ibn sentì il colpo, ma fece le viste di non averlo inteso.
— Dunque, se non ti spiace, — ripigliò, — ci faremo compagnia per un tratto di strada.
— Perchè non m'hai raggiunto prima? — esclamò il Gran Priore. Ecco qua, siamo proprio all'ultima stazione in cui potessimo trovarci insieme.
— Come? — domandò lo Sciarif, che non si aspettava quella sparizione improvvisa dello schermidore astuto. — Non andavi tu verso le montagne di Tripoli?
— Questo era il primo disegno; — rispose Abu Wefa. — Ma anch'io ho ricevuto un messaggio per via. E vado invece a Damasco, per la strada di Salomè, laddove tu devi proseguire per la pianura di Medan.
— Ah sì? — mormorò Bar Ibn, imitando senza volerlo il suo avversario.
E vide così a tutta prima che la fortuna, se tardava più oltre, gli sarebbe sfuggita di mano. L'occasione era propizia. Abu Wefa non aveva in quel punto che otto o dieci cavalieri con sè, mentre il grosso della sua schiera stava lunge un cinquecento passi, in attesa del suo capo. A lui, invece, a lui, Bahr Ibn, tutti i suoi cavalieri facevano corona oramai. Abu Wefa, così scaltro com'era, non aveva preveduto quel caso. E Bar Ibn risolse di approfittarne senz'altro.