Il messaggiero andò, sbalordito dalla fulminea rapidità di quel colpo di mano.
Come egli fu partito, Bahr Ibn si volse al suo prigioniero.
— Dimmi, Dai al Kebir, ov'è la donna che hai rapita, alle strette di Cades?
— Io non ho rapito donne; — rispose Abu Wefa, dissimulando a stento la commozione destata in lui da quella domanda.
— Bada a te! — rispose lo Sciarif, corrugando le ciglia. — Sono del sangue di Maometto, e ti giuro pel sangue suo, che se tra un'ora non è qui la donna rubata, io ti ucciderò come un cane. —
Il Gran Priore vide che non c'era nulla a sperare dal tenersi sul niego, e che colui avrebbe operato in tutto come diceva.
— Essa è tra le mie donne; — diss'egli, abbassando la voce e col volto acceso di vergogna. — Ma tu, seguace del profeta, non oserai scoprir loro il viso....
— L'oserò; — interruppe Bahr Ibn; — per gli occhi di Fatima, la gran genitrice della mia stirpe, l'oserò, se pure tu non mi consegnerai il tuo sigillo, per farlo riconoscere dal capo dei tuoi eunuchi, che dovrà restituire la preda. —
Non c'era modo di resistere. I minuti scorrevano veloci e la scimitarra di Bahr Ibn era già fuori della guaina. Abu Wefa mise un sospiro, che meglio si sarebbe potuto dire un mugghio di toro, e toltosi dal dito un anello, sulla cui pietra era inciso il suo nome, lo consegnò allo Sciarif.
— Prendi, e corri! — disse Bahr Ibn al suo fedele Zeid.