Era quell'isola distante forse due miglia dalla costa. I Fenicii l'avevano chiamata Arvad, i Greci Aradio, e al tempo di cui narro dicevasi Arado. Anzi che un'isola, poteva dirsi uno scoglio, emergente dai flutti, che girava forse un miglio, di forma allungata, con una lieve salita verso il centro, e ripido da tutti i lati. Gli esuli di Sidone avevano fondata su quello scoglio una città marinara, ed è facile immaginare che, mancando lo spazio, gli abitanti Arvad se ne ricattassero nell'altezza a cui facevano ascendere le loro case, altezza sterminata, come era sterminata la profondità delle cisterne scavate nel masso, per raccogliervi l'acqua piovana o andare a cercare una sorgente d'acqua dolce nelle viscere della terra.

Una doppia cinta di mura, avanzo dell'arte fenicia, custodiva la città di Arado. Ma non gli valse perchè i Genovesi, impedite le comunicazioni colla costa, l'ebbero per fame in loro balìa; non rimanendo ad essi più altro che espugnare la città sorella, Tortosa, che sorgeva sulla costa.

I fratelli Embriaci e Ansaldo Corso, loro compagno nell'impresa, diedero opera gagliarda all'espugnazione della terra. Come ho già detto, avevano spedito in tutta fretta a Genova una galèa per annunziare ai consoli la presa di Arado, e ad uno di essi, a Guglielmo Embriaco, il triste esito della spedizione di Gaza.

Da venti giorni durava l'assedio, senza che la città, forte per la sua postura e validamente difesa, accennasse ancora ad arrendersi. Non potuta circondare dalla parte dei monti, Tortosa avea sempre vettovaglie e soccorsi d'armati. Ma San Lorenzo (che era in quei tempi ii santo prediletto dei Genovesi), san Lorenzo proteggeva i suoi divoti cittadini, e faceva capitare nelle acque di Tortosa altre otto galere, comandate da Mauro di Piazza Lunga e da Pagano della Volta, che erano stati consoli nella antecedente compagna. A proposito, ho promesso, non so più dove, di chiarire ai lettori questo negozio della compagna. E poichè il nome mi è caduto dalla penna, manterrò la promessa.

Noto anzi tutto che compagna e compagnia gli è come dir zuppa e pan molle. Per altro, i Genovesi antichi dicevano sempre compagna, intendendo forse da principio una società pattuita fra mercatanti, per due, o tre anni, nell'intento di far fruttare l'opera loro, e il danaro posto in comune. Dalla pluralità il concetto si allargò alla totalità, e l'associazione di tutti i cittadini si disse, nel latino dei pubblici, atti, Communis compagna, e più chiaramente compagna de comuni Janue. Se eravate fuor d'essa, potevate considerarvi fuor della legge; non avevate diritto a cittadinanza, a giustizia, a pubblici uffizi.

Vi ascrivevate alla compagnia giurandone i patti in osculo pacis, nel bacio della pace, vincolo e pegno tanto necessario in quei tempi di continue discordie. Questo dicevasi «giurar la compagna;» e coloro che giuravano erano i cittadini utili, i cittadini idonei, che contribuivano alla cosa pubblica con danaro, o servigi, sotto il reggimento dei consoli, i quali si eleggevano ad ogni nuovo giuramento di compagna.

Questa adunque era la grande, la prima de communibus rebus. C'erano poi le urbane, o minori, in numero di otto, che rispondevano agli otto rioni della città. Tra queste compagne urbane si dividevano le imposte, le spese di guerra, gli apprestamenti delle galere. Donde avveniva che pel numero delle compagne si dividessero altresì le schiere dell'esercito e le galere dell'armata, dando ciascheduna compagna il suo rettore alla nave, o alla compagna di soldati, sotto il comando di un console, o di altro capitano, scelto dal popolo tra gli uomini consolari.

E questo, che ho detto così di passata, vi chiarirà, lettori umanissimi, quell'altra faccenda del numero di otto galere che giungevano di rinforzo nelle acque di Sorìa, sotto il comando di Pagano della Volta, uno dei nobili genovesi, e di Mauro di Piazza Lunga, uno dei popolari, ambedue scaduti in quell'anno dalla prima magistratura cittadina.

Caffaro di Caschifellone si confortò un tratto nelle braccia dello zio Pagano. E dell'arrivo di quelle otto galere si confortarono tutti, sperando di poter condurre più facilmente a buon fine l'impresa.

Infatti, c'era mestieri di rinforzo. Mai, dopo la espugnazione di Cesarea, i Crociati avevano tanto sudato attorno ad una cerchia di mura. Ben presto ne seppero la ragione. L'Emiro di Tortosa non era solo a difendere la città. Fin dai primi giorni dell'assedio, aveva compagno uno dei più valorosi campioni dell'Islam. Il lettore lo ha già indovinato; era Bahr Ibn, che noi avevamo lasciato presso Teli Asterè, a quattro giornate di marcia dalla terra assediata.