Arrigo da Carmandino era lungi dal sospettare che tesoro fosse caduto in mano al nuovo difensore di Tortosa. Per lui, come per Caffaro, la povera Diana era sempre in balìa di Abu Wefa, il terribile capo degli Assassini, del quale s'incominciava appena allora ad avere nel campo dei Crociati qualche più certa notizia, ma senza sapere il vero luogo in cui fosse andato a piantare le sue tende.
Non c'era dunque da far nulla, nè da tentare, per la salvezza della infelice Diana. Questo era il pensiero di Caffaro, il solo dei due amici, che avesse ancora la mente così sana per accogliere un concetto e meditarlo. Quanto ad Arrigo, non c'era affè da sperarne un consiglio. Il poveretto avea quasi perduto il senno; il suo spirito annebbiato non vedeva più che una cosa, la possibilità di un miracolo. Ma certamente non lo sperava neanche, poichè l'uso ch'egli faceva della vita, indicando il disprezzo in cui l'aveva ogni giorno di più, mostrava apertamente com'egli cercasse la morte, quasi per trovarci un termine alle sue cure affannose.
Combatteva da disperato, guidava tutte le fazioni più arrisicate. Non c'era sortita di assediati, che non s'incontrasse, per sua disgrazia, in quell'audace guerriero, davanti al quale indietreggiava la morte.
La fama del suo voto si era sparsa nel campo, e di là era corsa fino a Gerusalemme, dove spesso andavano messaggieri dell'esercito. E già parecchi degli Ospitalieri di San Giovanni erano partiti dalla città santa, per andare a vedere le prodezze di lui e a salutare quella futura gloria dell'Ordine.
Continuatori dell'opera pietosa degli ospizii ai pellegrini (ospizii che avevano fondato in Gerusalemme i mercatanti d'Amalfi), gli Ospitalieri di San Giovanni erano allora una congregazione tra monastica e militare, che da Goffredo Buglione aveva avuto lode e privilegi, e da Baldovino ogni maniera di favori, come quella che prometteva di riuscire un valido aiuto al regno crocesegnato. Il loro istitutore, Gerardo di Tonco, era un gentiluomo piemontese, andato in Terrasanta fin dal 1074. La fondazione degli Amalfitani aveva trovato in lui il più zelante e il più divoto dei suoi cultori. Durante l'assedio di Gerusalemme, il buon Gerardo era stato chiuso in prigione dai Saracini, e l'entrata dei Cristiani lo avea liberato. I suoi Giovanniti erano monaci, infermieri e soldati, e dal loro ordine, che fu il primo di tal sorte, doveva staccarsi pochi anni di poi un altro italiano, Ugo de' Pagani, per fondar l'Ordine dei cavalieri del Tempio.
Nei campo cristiano, Arrigo era già chiamato il Giovannita. Egli stesso, in un impeto di quella disperazione terrena che fa cercar rifugio nel pensiero della divinità, comunque la s'intenda, e quantunque troppo spesso ci apparisca non curante di noi, aveva già cinte sull'armatura le insegne dell'Ordine, che consistevano in un mantello di lana bigia, e in una croce biforcata d'argento.
In Tortosa il nuovo Giovannita era temuto per quel suo meraviglioso ardimento, che, facendogli disprezzare il pericolo, rendeva gli assalti suoi così dannosi agli assediati. Si diceva da tutti i Saraceni che se nell'esercito cristiano si fossero trovati cento altri come lui, Tortosa non avrebbe potuto resistere un giorno, con tutto il valore e la rara prudenza di cui faceva prova Bahr Ibn.
Ben presto anche tra i Saracini fu risaputo il nome di quel fiero Crociato. Chi li aveva ragguagliati in tal guisa?
Ricordate che non lunge di là, vigile scolta contro Mussulmani e Cristiani, aveva piantato il suo vessillo un altr'Ordine, assai meno religioso, ma fortemente disciplinato, quello degli Assassini. Tripoli, ancora in potestà dei Mussulmani, distava appena quaranta miglia da Tortosa, e alle spalle di Tripoli, nel castello di Massiad, vigilava Abu Wefa, come un avoltoio sul ciglione della rupe.
Insieme col Gran Priore stava un altro personaggio di nostra conoscenza, giunto a lui per una di quelle malaugurate fortune, che arridono spesso ai malvagi e li attraggono l'uno all'altro per mezzo a difficoltà e pericoli tali, che condurrebbero a mal punto una schiera di onest'uomini. Il Gran Priore si era affrettato ad accoglierlo tra' suoi dais, o maestri iniziati, facendogli saltare d'un tratto il grado inferiore dei rèfilis, o compagni, ai quali non era svelato tutto l'arcano della sètta. Che bisogno c'era egli di aspettare altre prove da Gandolfo del Moro, che aveva mostrato di lancio come fosse sottile l'ingegno e sicura la sua fede nel male?