Gli emissarii di costoro correvano assiduamente per ogni lato. Si fingevano Ebrei, Cristiani, e ogni altra cosa che loro mettesse conto di parere. Arditi e destri, si ficcavano qua e là, curiosando, ascoltando e tremando, giusta i fini reconditi della sètta, e non era città del regno crocesegnato, o terra di Saracini, dove Abu Wefa non avesse mandato suoi esploratori.
Un giorno nella tenda di Arrigo si trovò una pergamena accartocciata. In essa erano scritte queste parole:
«Che il tuo amico Bahr Ibn sia in Tortosa, lo saprai. Ma una cosa non sai: che egli ha rapito la tua fidanzata e la tiene. Egli sa che tu sei votato ali' Ordine di San Giovanni e pensa che un gentil cavaliere come tu sei, terrà fede al suo voto. Diana sarà sua, o per amore, o per forza.»
A quella lettura Arrigo diede in un grido di stupore, che si mutò ben presto in urlo di rabbia. Triste combinazione di eventi! Egli sapeva che la sua povera Diana non era in balìa di Abu Wefa, e in pari tempo che Bahr Ibn lo aveva tradito.
Tradito! Ma come? Il pensiero di Arrigo corse anche una volta a Gandolfo, a cui troppo generosamente Caffaro aveva perdonato la vita.
Ma chi dava l'annunzio del tradimento di Bahr Ibn? Ed anche qui il pensiero correva a Gandolfo, sebbene quel fatto paresse in contraddizione coll'altro. Como mai Gandolfo del Moro potea dare avviso al suo rivale della sorte toccata a Diana, se era egli stesso che aveva ordito la trama per togliere quella donna a lui?
Caffaro, che era il più calmo dei due, si provò a conciliare le due cose, e pensò che quel tristo di messer Gandolfo, dopo averla fatta ad Arrigo, si fosse pentito, e non volesse lasciarne godere il frutto al Saracino.
Il signore di Caschifellone non si apponeva che a mezzo. E difatti, il nostro amico non poteva argomentare da sè, come Bahr Ibn, seguendo una buona ispirazione, fosse andato sollecito sull'orma di Abu Wefa. Se questo avesse saputo, il resto gli sarebbe apparso chiaro come la luce del giorno. Perchè, quanto a indovinare le conseguenze di un incontro di Bahr Ibn colla bella figliuola di Guglielmo Embriaco, nessuno lo avrebbe fatto più agevolmente di Caffaro. Egli stesso, così leale amico ed onesto cavaliere, aveva forse potuto custodire il suo cuore contro le grazie innocenti, eppure tanto pericolose, di madonna Diana?
Arrigo, intanto, che non vedeva più lume, avrebbe senz'altro ordinato di dar la scalata alle mura, e insegnata la via coll'esempio. Ma poichè non tutti gli assedianti partecipavano al suo furore, e l'ardimento più efficace è quello che non si scompagna dalla prudenza, vinse il parere degli altri capitani, i quali fecero intendere al nostro innamorato non essere ancora il tempo di dare l'assalto, tanto più che le torri e le altre macchine di guerra, in cui erano così valenti i figli di Genova, non erano ancora condotte a termine, e le frequenti sortite degli assediati facevano andar lenti i lavori dei maestri d'operare.
Il povero Arrigo dovette ristarsi e divorare la sua rabbia impossente. Ma intanto il suo amico Caffaro si preparava a servirlo in altra guisa.