Un trombettiere andò la mattina seguente fin sotto le mura di Tortosa, diede i tre squilli, e, veduti i custodi che s'affacciavano alla merlata, gridò:

— Il mio signore Caffaro di Caschifellone, uno dei cavalieri dell'esercito genovese in Sorìa, chiede al vostro capitano, il nobile Sciarif Bahr Ibn, un colloquio entro le mura di Tortosa, o in altro luogo che più gli torni gradito. —

La risposta si fece aspettare a lungo. Finalmente giunse alla merlata un araldo, e disse:

— Ben venga il signore di Caschifellone; lo Sciarif è disposto a riceverlo. —

Caffaro salì prontamente a cavallo e andò soletto e fidente verso la saracinesca. Colà uno dei custodi slacciò la fascia del suo turbante e bendò con essa gli occhi dell'inviato, perchè egli non avesse modo ad esplorare gli accessi delle mura; indi il fedele e valoroso amico di Arrigo da Carmandino fu introdotto in città.

Lo Sciarif era in una sala terrena della ròcca, che sorgeva nel mezzo della città, e gli facevano corona parecchi dei suoi uffiziali. A mala pena vide entrar Caffaro, li congedò d'un cenno, e pochi istanti dopo era solo con lui.

Un'aria di cupa mestizia regnava sul volto dello Sciarif, indicando l'interno struggimento d'un pensiero molesto. Gli traluceva dagli occhi quella fiamma truce, che tradisce gl'incendii profondi del cuore e annunzia le morti precoci. Le labbra rigide non sapevano più atteggiarsi al sorriso. E tuttavia, Bahr Ibn salutò cortesemente il crociato, invitandolo a sedergli daccanto.

— Sii il benvenuto; — gli disse; — che cosa posso io fare per te?

— Nulla per me; — rispose Caffaro; — tutto pel tuo amico e fratello, per Arrigo da Carmandino. —

Il viso di Bahr Ibn si rabbruscò due cotanti di più, a quel cenno così repentino di Caffaro; che entrava, come si vede, ex-abrupto nell'argomento della sua visita.