Arrigo fremette di sdegno, udendo del tradimento di Bahr Ibn, chè ben altro si sarebbe aspettato da lui; ma, data la sua parte alla rabbia, ringraziò il cielo che Diana non avesse corso pericoli maggiori. Lo Sciarif era, dopo tutto, uno strumento della Provvidenza. Arrigo non aveva forse votato la sua persona al servizio di Cristo, perchè Diana uscisse salva dalle mani degli infedeli? E nella fortunata impresa di Bahr Ibn contro il capo degli Assassini non era a riconoscersi che il voto di Arrigo era stato accolto benignamente da Dio?

Avrebbe voluto accettar subito la giostra. Ma, oltre che era stato risoluto tra Caffaro e Bahr Ibn che questi avrebbe fatto il primo passo, i comandanti dell'armata pensarono che fosse utile maturare il consiglio. E si recarono per ciò sulle galere, con cui erano venuti pur dianzi Pagano della Volta e Mauro di Piazzalunga. Per conferire, dicevano essi, in numero più ristretto di ottimati. Ma Arrigo non intendeva nulla di ciò, e Caffaro nemmeno.

Del resto, erano essi i più giovani, e dovevano rassegnarsi a quel dirizzone dei vecchi, cui pareva il mobile castello di poppa d'una galera luogo acconcio a più saldi consigli, che non fosse la tenda capitana, sotto le mura della assediata Tortosa.

CAPITOLO XVIII. Dove si vede che la posta troppo alta confonde il giuocatore.

La conclusione di quel consiglio, tenuto sulla galera patrona, fu questa: accettare la tregua profferta e l'invito dello Sciarif.

Bahr Ibn mantenne la fede giurata a Caffaro, e quel medesimo giorno un araldo usciva dalla città assediata, per recare la doppia proposta, che fu accettata senz'altro.

La mattina seguente, due squadre di artigiani, l'una genovese e l'altra mussulmana, andavano sul piano del Sicomòro, per metter mano allo steccato. E i maestri di campo si recavano anche essi sulla faccia del luogo, per vedere e per misurare il terreno. Pei Genovesi era Mauro di Piazzalunga; pei Saracini lo stesso emiro di Tortosa.

In un giorno il palco fu rizzato, e chiuso il campo destinato ai combattenti. Vennero a guardia cinquanta cavalieri dalle due parti, e fu solennemente giurato di stare ai patti, qualunque fosse l'esito della disfida.

Arrigo da Carmandino fece nella notte la sua veglia d'armi davanti ad un altare improvvisato, com'era debito d'un buon cavaliere, e promise di consacrare alla Vergine le sue armi e quelle del suo avversario, se mai gli fosse concesso di abbatterlo. Al sorgere dell'alba, consigliato dall'amico Caffaro, prese qualche ora di riposo: ma, come vi sarà facile indovinare, non potè chiuder occhio, tanta era in lui l'ansia di giungere al paragone delle armi.

Il sole era già alto, quando le due schiere mossero verso il piano del Sicomòro. Nella schiera genovese era il fiore dei cavalieri di San Lorenzo, tutti giovani baldi, che invidiavano al Carmandino il suo posto, e che gli sarebbero di grand'animo succeduti nell'arringo, se a lui fosse stata contraria la sorte. Ma di questo non temeva nessuno. Forse che non era Arrigo il prode tra i prodi?