Genova aveva inoltre, a testimone del valore dei suoi figli, uno tra i più alti dignitari della Chiesa, il vescovo Maurizio, legato del Papa in Terrasanta, quegli che, insieme col patriarca Damberto, aveva assistito alla espugnazione di Cesarea. Era uno strano impasto di religioso e di guerriero, il vescovo Maurizio, e, scambio di pastorale, impugnava la mazza in forma di maglio, arma particolare dei vescovi e degli abati, che si trovavano in persona nelle battaglie, secondo l'obbligazione annessa alle loro terre, feudi ed uffici.
Qui sarebbe il caso di ricordare, cogli autori timorati, come fosse vietato agli uomini di chiesa di portar spada e lancia, per toglier loro il biasimo di crudeltà, e consentito in quella vece l'uso della mazza, arme da difesa, e non fatta per uccidere, nè per ferire la gente. Per altro, se al buon vescovo Maurizio si fosse detta una cosa simile, egli sarebbe stato il primo a riderne, anche senza aspettare il riverito parere di Giulio II, che era ancora di là da venire.
I Genovesi erano già al piano del Sicomòro, quando vi giunse l'Emiro, coi suoi cinquanta Cavalieri e con uno stuolo di donne velate. Perchè quella novità? Voleva l'Emiro offrire un po' di svago alle sue mogli, annoiate dalla vita rinchiusa di una città assediata? Od era un sentimento di cortesia per gli avversarii, che gli consigliava di dare alla giostra l'ornamento e lo stimolo della bellezza, secondo la costumanza d'Occidente? Nè l'una cosa, nè l'altra. Quelle donne erano là per volere dello Sciarif. La bella figliuola di Guglielmo Embriaco non doveva essere il premio del vincitore? Era dunque naturale che fosse condotta laggiù, spettatrice del combattimento, che aveva a farla schiava per sempre. Così almeno pensava Bahr Ibn; e il miglior modo di farle intendere la sua sorte e di consigliarle la rassegnazione ai voleri del cielo, era quello di farla assistere alla giostra, e di mostrarle che il suo signore, dopo averla ritolta al capo degli Assassini, sapeva contenderla in giusta guerra a' suoi medesimi concittadini e meritarla colla sua prodezza nelle armi.
E la bella Diana, mutata in una veste femminile la tunica crocesegnata dello scudiero Carmandino, veniva in mezzo a quello stuolo di ancelle, per andarsi a sedere sul palco, davanti alla lizza; con che cuore, lascio a voi di pensarlo.
Bianca nel viso come persona morta, soltanto dagli occhi le traluceva la fede nella giusta causa per cui combattevano i suoi. Alla vista di Arrigo, che s'avanzava allora sul suo palafreno, mentre un valletto gli conduceva a fianco il suo destriero di combattimento, e lo scudiero gli recava la lancia, la bella fanciulla degli Embriaci sentì una stretta al cuore, la stretta acerba che precede il pericolo, e a cui sfugge di rado anche il più valoroso degli uomini. Si recò allora una mano al petto, come per comprimere i battiti violenti del cuore; e la sua mano sentì la sciarpa che le stringeva la vita. Snodar quella sciarpa e sventolarla in guisa di saluto al suo campione, al suo fidanzato, fu un punto solo per lei.
Era tutto ciò che potesse fare quella povera bella. Il braccio le ricadde inerte sulle ginocchia; la fronte si abbassò; un tremito convulso la invase; nè per un pezzo vide più altro di ciò che accadeva davanti ai suoi occhi smarriti.
— Credenti in Dio e seguaci del profeta Gesù, — diceva intanto il banditore dei Saracini, facendosi in mezzo al campo con tutta la solennità del suo nobile ufficio, — il mio signore Bahr Ibn, secondogenito di Abu Temin Maad al Mostanser Billah, il vittorioso Califfo d'Egitto, che Asraele ha rapito anzi tempo alla gloria dell'Islam, scende in campo a combattere con quanti cavalieri cristiani potranno misurarsi seco lui, fino al numero di dodici, quante sono le costellazioni del firmamento. Chi lo vincerà, avrà in premio la perla d'Occidente. Voi tutti, nemici suoi, giurate che, quando egli abbia abbattuto i suoi dodici, a due per giorno, nessuno potrà dire che egli non meriti di tenere la sua conquista, e nessuno ardirà accusarlo di avere profittato soltanto della sua grande fortuna. —
— Giuriamo! — rispose Mauro di Piazzalunga per tutti.
Intanto il giovane Arrigo, lucente nell'armi, riceveva la benedizione del vescovo Maurizio. Il campione di madonna Diana vestiva, secondo l'uso dei tempi, il giaco di maglia, sorta di corazza intessuta strettamente di anella, o maglie di ferro. Del medesimo tessuto erano le maniche e gli schinieri. Una cuffia di ferro sottilissimo gli difendeva le tempie, donde scendeva una gorgiera anch'essa di maglie, per proteggere il collo. Sulla cuffia posava l'elmo di acciaio brunito, sormontato da un grifone colle ali spiegate. Al braccio sinistro del cavaliere era adattata la rotella di cuoio bollito, con un cerchio di ferro all'intorno, perchè non fosse troppo agevolmente troncata e fessa da un colpo di spada.
Fieramente piantato in arcione su d'un destriero morello, tutto bardato di cuoio, con piastre di ferro, Arrigo da Carmandino avrebbe potuto essere paragonato a San Giorgio, nell'atto di muovere contro il dragone.