Bahr Ibn, memore allora più che mai della sua sconfitta sotto le mura d'Antiochia e desideroso di vendicarla, stava immobile dall'altro lato del campo. Montava un cavallo bianco, anch'esso bardato di ferro, ma coperto, a dimostrazione di magnificenza araba, d'un manto di seta verde, ricamato a fogliami d'argento. Gli luccicava sul capo l'elmo aguzzo d'acciaio, senza visiera e senz'altro ornamento fuorchè il verde zendado dei discendenti del Profeta, che era attorcigliato a mo' di turbante intorno alle tempie. Anch'egli indossava il giaco di maglia, sottilissimo e saldo lavoro dei fabbri di Damasco; ma l'armatura si nascondeva sotto un mantello bianco di latte. Al lato manco gli splendeva la spada ricurva dei Saracini; la mazza ferrata pendeva dal pomo della sella, per modo che il cavaliere potesse spiccarla ad ogni occorrenza. In pugno aveva la lancia, il cui calcio posava sul cosciale, poco sopra al ginocchio.

I maestri di campo erano già al loro posto, di rimpetto al palco delle donne. Tutto in giro allo steccato si accalcavano i cavalieri dei due eserciti.

Finalmente gli araldi diedero il segnale convenuto. I due avversarii si saettarono d'uno sguardo, che significava lo sdegno ond'erano animati ambedue, in quella che volevano misurare la probabilità dello scontro; e, dato di sproni nel ventre ai cavalli, si precipitarono a furia l'uno sull'altro. Fu un momento solenne e terribile per tutti gli spettatori, al vedere quelle due lunghe antenne spianate, che muovevano l'una verso l'altra colla rapidità della folgore.

Certo, a parità di forza nel braccio dei cavalieri o di saldezza nelle gambe dei cavalli, l'uno e l'altro dei combattenti dovevano balzare fuori di sella.

Ma così non avvenne. Il colpo dello Sciarif, sviato dal tronco dell'asta di Arrigo, andò a vuoto. E l'asta di Arrigo trovata sulla sua via la rotella di Bahr Ibn, che era tutta d'acciaio levigato, andò in ischeggie senz'altro. Balenò il cavaliere percosso, piegò tutto sul manco lato, come presso a cadere; ma le ginocchia erano saldamente aggrappate ai fianchi del cavallo, e questo, colla intelligenza di tutti i cavalli arabi, diede un balzo a sinistra, aiutando il suo signore a cavarsi d'impaccio, mentre il tronco spezzato della lancia di Arrigo scivolava sulla rotella cedevole dello Sciarif.

Tutto ciò avvenne in un batter d'occhio, e i due cavalli volarono oltre, in mezzo a due nembi di polvere.

Grida confuse, di raccapriccio e di giubilo, salutarono il bel colpo di Arrigo e la salvezza di Bahr Ibn.

— Alle mazze! alle mazze! — gridarono allora i maestri di campo.

Giunti all'estremità della lizza, i due combattenti gittarono i tronchi inutili, e, spiccate le mazze dagli arcioni, voltarono i cavalli, per corrersi addosso con una furia più grande di prima.

Le mazze levate s'incrociarono, rombando nell'aria. Il Carmandino, destro e forte com'era, aveva meditato il colpo e preso il tempo giusto per assestare la mazzata sull'elmo del suo nemico. Ma lo Sciarif rammentava come fosse gagliardo il braccio di Arrigo, e già si era prudentemente coperto il capo colla rotella. Frattanto, sviata un tratto la mazza percuoteva destramente la cervice del cavallo, e d'un colpo così forte, che, malgrado il frontale di cuoio, difeso da piastre di ferro, lo fece stramazzare di botto, in quella che il suo scudo di acciaio, colpito dalla mazza poderosa di Arrigo, andava in frantumi, come se fosse stato di vetro.