Questo aveva preveduto il Saracino. Curvando il capo e le spalle sul collo del suo destriero, e prima che Arrigo potesse raddoppiare il colpo, gli menò un manrovescio alla visiera, che andò spezzata a sua volta, come poc'anzi la rotella dello Sciarif. E al secondo, aiutando il fatto che Bahr Ibn si trovava allora più in alto, tenne dietro un terzo colpo che fiaccò l'ali al grifone del Genovese, e rimbalzò sull'elmetto.
Sbalordito da quella tempesta, messo in un grave impiccio dalla caduta del suo cavallo, Arrigo da Carmandino non ebbe più modo a rispondere.
Bahr Ibn si era rialzato sull'arcione, in tutta la sua alterezza, e la gioia feroce del trionfo gli fiammeggiava dagli occhi. Già stava per sollevare il braccio e ferire un quarto colpo, che avrebbe vendicato davvero l'onta del suo duello d'Antiochia allorquando un grido acuto s'intese. Lo Sciarif volse la faccia al palco delle donne, e vide Diana che cadeva svenuta, fra le braccia delle ancelle.
Fino a quel punto egli non aveva pensato a Diana. Ma quel grido, quell'accento supplichevole della bellezza, gli scese nel cuore, destandovi una corda dimenticata.
— Che dirà essa, se io lo uccido? — pensò. — Non mi basta aver vinto?
E calata la mazza, ad alta voce proseguì:
— Cristiani, udite; concedo la vita ad Arrigo. —
Ciò detto, e mentre uno stuolo di valletti si affrettava ad entrare nella lizza per sollevare il caduto, lo Sciarif si allontanò maestoso dalla parte dei suoi.
E accostatosi a Zeid Ebn Assan, così gli disse all'orecchio:
— Va sul palco, a rassicurare la perla d'Occidente. Il suo antico fidanzato non riceverà altri colpi da me. —