Lo sgomento regnava nelle file cristiane. Si capiva che cagione di quella sconfitta era stato il colpo fuor delle regole cavalleresche, dato sulla cervice al destriero. Ma, oltre che poteva essere un colpo involontario, i ragionamenti più dotti intorno all'accaduto non potevano fare che ciò che era stato non fosse. E Arrigo, il più destro schermidore dell'esercito, era caduto, e Bahr Ibn era illeso.

Tornato nel mezzo del campo, lo Sciarif si volse a Mauro di Piazzalunga e così gli parlò:

— Cristiano, ricordo che Arrigo da Carmandino è stato mio ospite. Io l'ho raccolto morente in Cesarea e l'ho condotto nel deserto con me. Il mio Zeid ha medicato le sue ferite e lo ha campato da morte. Se vi piace, anche una volta il sapiente mio servitore potrà dar l'opera sua al ferito. —

Il maestro di campo ringraziò, quantunque di mala voglia. Ma che altro poteva far egli? L'offerta era cortese, e il bisogno di accettarla era grande. A quei tempi, la scienza aveva patteggiato cogli Arabi, e Galeno ed Ippocrate non avevano migliori sacerdoti dei Saraceni, dopo che questi si erano impadroniti d'Alessandria, la città più dotta del mondo.

Frattanto il caduto era portato via dal campo, fuori dei sensi, e a tutta prima creduto morto dai suoi. Per ventura, non si trattava che di uno stordimento, cagionato dal colpo sull'elmetto, e di qualche lieve ferita al viso, su cui si era spezzata la visiera di ferro. Zeid Ebn Assan, mandato dallo stesso Sciarif e accolto con segni di grande onoranza dai capitani genovesi, visitò con ogni diligenza il ferito, e dichiarò che pericolo di vita non c'era.

Il vecchio Arabo ebbe anzi la fortuna di vedere aprir gli occhi al suo antico ammalato e di udirne le prime parole, che erano un ringraziamento ed una interrogazione.

— Mio signore — gli bisbigliò Zeid all'orecchio, — porterò la lieta novella della tua salvezza alla donna del tuo cuore. —

Gli occhi di Arrigo espressero al Saracino tutta la gratitudine di cui egli era compreso. Ma il pensiero della prigionia di Diana e del non aver potuto egli far nulla per lei, tornò, insieme con quelle parole, alla mente del giovane, che tosto ricadde nel suo abbattimento.

In quel mezzo, i cavalieri di Genova si consigliavano di ciò che avessero a fare. Caffaro di Caschifellone voleva ad ogni costo entrar secondo in lizza; ma si opponevano altri, chiedendo a gara di succedere ad Arrigo. A chetarli, fu proposto di lasciare il giudizio alla sorte; e già si disponevano a tentare la prova, allorquando si udì lo scalpito di un cavallo che giungeva a galoppo.

Si volsero incontanente e videro un cavaliere tutto vestito a gramaglia, su d'un destriero anch'esso bardato di bruno.