— Messeri, — diss'egli, avvicinandosi e rivolgendo la parola ai due figli di Guglielmo Embriaco, — mi concedete voi di combattere contro il rapitore di madonna Diana, vostra sorella? Io ve ne prego, ve ne supplico, per quanto avete di più caro sulla terra.

— E chi siete voi, messere, — disse di rimando Ugo Embriaco, a cui la visiera calata del nuovo venuto non permetteva di conoscer chi fosse, — per nutrire la speranza che noi vogliamo concedervi questo onore?

— Son tale, — rispose lo sconosciuto, con voce tremante per la commozione, — che ha il diritto e l'obbligo di domandare, non già l'onore, come voi dite, ma la grazia di andar primo al pericolo.

— La grazia; — ripetè Ugo Embriaco, che non afferrava il senso di quella distinzione.

— Sì, messere. Ma consentite che io non dica di più. Ad uno di voi, a messer Nicolao, se non vi spiace, dirò tal cosa che lo persuaderà certamente di farsi mallevadore per me. —

La novità del caso avea tolto la parola a tutti gli astanti. Ugo si volse al fratello, che era il maggiore dei due, come per lasciargli la cura di cavarsi d'impiccio, o il carico di prendere una deliberazione in proposito. Messer Nicolao si fece avanti, senza aprir bocca, e avvicinatosi allo sconosciuto, stette ad udire il secreto, che quegli voleva confidare a lui solo.

Alle prime parole del nero cavaliere, il primogenito di Guglielmo Embriaco fece un gesto di meraviglia; ma tosto si ricompose, in atto di severo ascoltatore. Le ragioni dello sconosciuto dovevano essere molto incalzanti, o molto ben disposto Nicolao ad accoglierle, perchè, dopo alcuni istanti di colloquio, questi andò verso il fratello Ugo e gli disse:

— Io penso che dobbiamo lasciare entrar primo in lizza costui.

— Ma lo conosci tu? — chiese Ugo, stupito della pronta condiscendenza del fratello.

— Mi pare; — rispose quell'altro.