I maestri di campo si fecero innanzi per adempiere al loro uffizio e stabilire le condizioni dello scontro, o, a dire più veramente, per farle conoscere al nuovo venuto, poichè erano le stesse dello scontro antecedente, e Bahr Ibn non aveva ad udirle più oltre.

Come ebbero finito, un gran silenzio si fece per tutto il campo. L'ansietà si dipingeva in varie guise su tutti quei volti abbronzati, ma tra i Cristiani più viva, più profonda, che non tra i Saracini. Questi conoscevano già alla prova il loro campione, quegli altri non sapevano neppure il nome di colui che era venuto così d'improvviso a vendicar l'onta della loro prima sconfitta. Chi era costui? Non poteva anche essere un temerario, che troppo presumesse di sè? E non dovevano per avventura prepararsi ad un nuovo scorno, tanto più probabile, in quanto che tutti conoscevano la somma valentia di colui che era stato vinto dallo Sciarif e altro vantaggio non potevano sperare che da un capriccio di fortuna?

A Caffaro non diè neppur l'animo di assistere al combattimento.

— È una perdita di tempo; — diceva egli a Ferrario di Castello. — E ciò senza contare che questo cavaliere sconosciuto mi torna di mal augurio per gli altri che la sorte chiamerà a succedergli. —

Finalmente, fu dato il segnale. I due campioni erano liberi di andarsi contro l'un l'altro.

Stettero un tratto a guardarsi. Poi lo Sciarif volse gli occhi al palco su cui stavano le donne. Diana era al suo posto, ed appariva più calma. Zeid Ebn Assan stava ritto al suo fianco, e certo le avea recato nuove di Arrigo.

— Per Allah! — disse il forte guerriero tra sè. — Questa volta io non la farò piangere. Chiunque abbia a cadere di noi due, non si tratterà più di vedere in pericolo il suo fidanzato. —

Diede, ciò detto, un'ultima occhiata al suo avversario, e lo vide pronto a partire. Spianò la sua lancia, ne fermò il calcio tra l'òmero e il petto, e lanciò il suo cavallo a carriera.

Il generoso animale sentì l'impulso delle ferree ginocchia, e, caldo ancora del primo incontro, andò veloce come uno strale verso il mezzo del campo.

Chi non sa come il cavallo partecipi alle nostre passioni, alle ire, ai desiderii, agli impeti nostri? Il nobile amico dell'uomo si sente amato e riama, dando la gagliardia dei suoi tendini, l'ardore della sua indole al cavaliere, diventando come una moltiplicazione della forza di lui, mettendo un'altra volontà, un'altra vita, a servizio della sua.