Così Antar, il cavallo prediletto di Bahr Ibn, volava feroce allo scontro.
Anche l'avversario era ben provveduto. Ma il cavaliere riusciva nuovo al cavallo, che riconosceva in lui un padrone, e non sentiva un amico.
Però, all'urto delle due lancie, il cavallo bardato di nero inalberò, e il cavaliere, perduto l'equilibrio, spinto da una forza irresistibile, fu balzato di sella.
Che era egli avvenuto?
Lo Sciarif quella volta aveva mirato più basso di prima. Non voleva che gli fosse sviato il colpo, come già gli era occorso col suo primo avversario. A mezzo il cammino che doveva percorrere, si era curvato quanto più poteva sull'arcione, badando a coprire colla rotella il breve spazio che intercedeva tra il suo petto e il collo di Antar. L'asta del cavaliere innominato urtò sull'elmetto, e scivolò, stracciando la verde fascia dei discendenti del Profeta. Quella di Bahr Ibn entrò fra lo scudo del nemico e l'arcione, trovando il giaco del cavaliere, là dove finisce il costato. La maglia, colta in pieno dal ferro di Bahr Ibn, non resistette, così violento fu l'urto. L'asta in quella vece si ruppe, ma il tronco rimase nella ferita.
Mandò un gemito il disgraziato, e cadde riverso a terra. Lo Sciarif, fornita la sua corsa fino alla estremità della lizza, tornò indietro a briglia sciolta, balzò da cavallo colla rapidità della tigre, e, sguainata la spada, volle dare il colpo di grazia, cercando colla punta l'allacciatura dell'elmo.
— Ferma — gridarono i maestri di campo, accorrendo solleciti.
— Perchè? — gridò lo Sciarif. — Non è questo il mio dritto?
— Sì; — disse Mauro di Piazzalunga; — ma tu colpisci un morto. —
E mostrò a Bahr Ibn il petto squarciato del suo avversario. Il tronco della lancia palpitava nella ferita, e il sangue gorgogliava nerastro intorno alle anella spezzate della maglia d'acciaio.