— Potrei ucciderti; — gridò lo sconosciuto. — Amo meglio averti prigione. Arrenditi! —

Bahr Ibn si rialzava allora da terra, dopo aver liberato destramente il piè dalla staffa.

— Perchè? — gridò egli, furente dalla patita vergogna. — Se tu mi togli la perla dell'Occidente, a che mi serbi la vita? Difenditi, guerriero, e non mi fare il mercante! Se la tua lancia ha guadagnato una misura sulla mia, questa spada ragguaglierà le distanze. —

Così dicendo, lo Sciarif corse al cavallo, che si era fermato pochi passi più oltre, levò dall'arcione la spada, e si piantò fieramente in attesa.

Il cavaliere sconosciuto non disse parola. Balzò di sella, diè di piglio alla poderosa sua lama e andò verso il nemico, che voleva ad ogni costo proseguire la pugna.

Non è da creder qui che le spade d'allora fossero quali ce le rappresenta l'arte del Quattrocento e dei secoli posteriori, cioè a dire pugnali allungati alla misura di spiedi. Anche pesanti per le nostre braccia disavvezze, quando ci proviamo a trattarne qualche rugginoso esemplare, queste spade non potevano paragonarsi alle antiche, nè pel loro peso, nè per la larghezza della lama, nè pel modo di usarle. Fu solamente dopo la metà del secolo decimoterzo che gl'italiani incominciarono a seguire la nuova usanza dei Francesi, dimenticando gli antichi spadoni a due tagli, per servirsi delle spade da punta, più sottili e più maneggevoli a gran pezza. Le vecchie spade, le spade di Orlando, di Oliviero, e di Uggero il Danese, pesavano intorno a cinque libbre; la lama era lunga almeno un metro, si allargava nel forte fino ad otto centimetri, nel debole si restringeva a quattro. Così larghe e pesanti, dovevano tagliare assai meglio che pungere. Tali erano Fusberta, Durindana, Gioiosa, e tutte le altre spade gloriose dei quattro secoli intorno al Mille; veramente temperate con arte magica, poichè dovevano fendere le armature, e far servizio di ore, di giorni intieri, in mano ai loro possessori. E in quell'arte i maghi più esperti di Sorìa potevano trovarsi a Damasco; quelli d'Italia a Milano.

I due campioni si posero in guardia; lo sconosciuto colla punta in alto, pronto a calare un fendente appena si muovesse quell'altro; Bahr Ibn colla lama poco distante da terra, colla persona a mezzo curvata, per tenersi pronto del pari a ferire e a cansarsi.

Era evidente che lo Sciarif, notata la corporatura straordinaria del suo avversario, mirava a sfuggirgli, e lasciarlo ruzzolar dietro ad un colpo che gli andasse a vuoto, per coglierlo di fianco e scegliere il punto in cui potesse più sicuramente ferirlo. Ma il cavaliere sconosciuto mostrò fin dai primi colpi di non voler essere ingannato che a mezzo. Infatti, calò il suo fendente, ma fiacco, e quasi nel solo intento di palpare davanti a sè, come uomo che brancoli nel buio. Lo Sciarif spiccò un salto e gli fu rapidamente sulla destra. Ma l'altro non si era punto squilibrato, e il suo fendente, rimasto a mezz'aria, non ebbe che a mutarsi in manrovescio, per far capire al Saracino che certe malizie erano fuori di luogo. E perchè la lezione si stampasse meglio nella testa d'uno scolaro, quel manrovescio diè così forte sulla visiera dell'elmo, che la ruppe senz'altro.

Fremette di rabbia lo Sciarif, e, senza badare al sangue che gli grondava dalla guancia percossa, si avventò allo sconosciuto, menandogli un colpo a tutta forza sul capo. Ma non trovò che l'òmero del nemico, perchè questi si era cansato in quel punto, e la lama, dopo aver rotta la maglia, rimbalzò lungo dal corpo, sospinta da un moto repentino del ferito.

La fretta, la bramosìa furibonda di render sangue per sangue, aveva tradito Bahr Ibn. Prima che egli avesse rialzato la lama per raddoppiare il colpo, quell'altro aveva colla manca afferrato la sua spada a mo' di croce sotto gli elsi, e spingendosi sotto misura colla rapidità della folgore, dava del capo a mezzo il petto del suo avversario.