— Si, mio signore. Non gli hai tu accordato generosamente la vita?
— Ah, sono felice di averlo fatto! A lui il mio buon destriero.... datelo a lui il mio fedele Antar! Pregatelo di non odiare la memoria di Bahr Ibn. Era destino che io gli fossi rivale. Chi aveva veduto la perla di Occidente, doveva possederla... o morire. —
Furono le ultime parole di Bahr Ibn, il Fatimita secondogenito dell'estinto califfo del Cairo, o del soldano di Babilonia, come dicevano allora i Cristiani.
Certo, il giovine e valoroso Sciarif meritava una sorte migliore. In quell'indole fiera l'amore aveva destato un incendio, e nell'impeto delle sue vampe gagliarde si era offuscata la ragione. Ma pensiamo, a sua scusa, che era un figlio del suo tempo e della sua nazione, ancor barbara a mezzo, e non dimentichiamo neppure che, giusta il sentimento del vecchio Zeid, le colpe d'amore meritano più facilmente d'ogni altra il perdono dei cuori gentili.
La fanciulla degli Embriaci, campata finalmente da tanti pericoli, sentì di non odiare Bahr Ibn, che l'aveva salvata dal più tristo dei suoi persecutori, e nel candore della sua coscienza pregò pace all'anima dello Sciarif, non ricordando neppure essere egli un infedele, morto lontano da ogni via di salvezza.
Badate, egli non è per sentenza mia che vi parlo così. Tento di conciliare la cosa colle idee del tempo di cui vi ho narrato. Quanto a me, ricordo di aver letto nelle epistole di un padre della Chiesa, non doversi in questa delicata materia giudicare a occhio e croce. «Che ne sapete voi dell'ultim'ora di un uomo? Un angelo può sempre giungere in tempo e bisbigliare non visto all'orecchio del morente la parola che deve aprirgli le porte chiuse del cielo.»
Santo padre della carità! Dopo voi, bisogna confessarlo a nostra vergogna, non è stato più detto nulla di simile.
CAPITOLO XX. In cui si finisce una storia, promettendone un'altra.
Il triste esito della giornata sul piano del Sicomòro aveva colpito d'alto sgomento i Saracini. La superiorità delle armi cristiane si era solennemente affermata colla inattesa apparizione di Guglielmo Embriaco. Anche questi aveva dovuto comperare la vittoria con qualche goccia del suo sangue: ma lo Sciarif, anima della difesa di Tortosa e speranza dell'Islam in Terrasanta, aveva cessato di vivere.
Tortosa oramai si trovava orbata del suo più valido campione, e, quel che era peggio, obbligata a difendersi dal più terribile avversario che i Saracini potessero avere in Sorìa. Guglielmo Embriaco mostrò, con la prontezza delle sue risoluzioni, che lo sgomento dei nemici non era punto fuori di luogo. I difensori della città noveravano ancora i giorni che sarebbe potuta durare la resistenza, e già nei consigli dell'esercito genovese era deliberato l'assalto.