Arrigo da Carmandino, riavutosi dal suo stordimento, chiese a Messer Guglielmo Embriaco di poter guidare egli stesso le schiere genovesi all'assalto. Il valoroso Testa di maglio, il quale non era andato in Sorìa per togliere ai giovani la gloria di una spedizione che essi avevano già così bene avviata, non volle negare questa consolazione a quel prode congiunto, che egli amava già come un figlio. E l'esercito intiero giubilò, quando seppe che Arrigo da Carmandino, uno dei primi sulle mura di Antiochia, di Gerusalemme e di Cesarea, lo sarebbe stato del pari sulle mura di Tortosa. Il nome del capitano non era per sè stesso di buon augurio all'impresa?

La fama del Giovannita non si era punto scemata per l'esito infelice del suo combattimento collo Sciarif. Rammentavano tutti come Bahr Ibn andasse debitore della sua prima e facile vittoria al colpo di mazza che aveva dato sulla cervice del cavallo di Arrigo, colpo disgraziato, secondo i giudizii più miti, ma sempre contro le norme della cavalleria.

Cento e sessantatrè anni più tardi, sul piano di Benevento, dovevano macchiarsi di grave colpa i cavalieri di Carlo d'Angiò, per aver rotte le schiere di Manfredi, usando il brutto artifizio di ferire i cavalli. E messer Ludovico Ariosto, narrando la pugna di Ruggero e Mandricardo, potè raccogliere la dottrina cavalleresca, intorno a questo particolare nella ottava seguente:

Ferirsi alla visiera al primo tratto;

E non miraron, per mettersi in terra,

Dare ai cavalli morte; ch'è mal atto,

Perch'essi non han colpa de la guerra.

Chi pensa che tra lor fosse tal patto,

Non sa l'usanza antiqua, e di molto erra;

Senz'altro patto, era vergogna e fallo