Un nuovo scoppio di evviva accolse questo comando di Guglielmo Embriaco. Le due galere volarono sui flutti, e le chiglie vennero in breve ora a rompere sulla ghiaia del lido, entro cui si affondarono fino a mezzo della loro lunghezza, tanto era stata la violenza dell'urto. Molti dei marinai, sebbene si tenessero parati a quel colpo, stramazzarono sulla tolda.
Ma, grazie a San Giorgio il valente, nessuno si acciaccò tanto da dover rimanere supino, e tutti, anche coloro che aveano le membra indolenzite, gridarono a squarciagola, esaltando lo stratagemma di messere Guglielmo.
Ben s'erano avveduti gli Egizii dell'inganno in cui li avea tratti il Cristiano; ma già gli era tardi per rimediarvi, e non tornava d'alcun pro mordersi le labbra. Il capitano, con tutti quei legni che potevano obbedirgli, mise la prua sulla terra e giù alla disperata, con gran forza di remi e di bestemmie. Senonchè, giunti a un trar di balestra dal lido, i Saracini videro fallita ogni loro speranza. I Genovesi, profittando di un'ora di tempo che era corsa tra lo arenamento e l'arrivo dei nemici, avevano fatto un salto a terra, tagliando il sartiame e portando seco tutte le vele, i ferramenti, i congegni, le macchine, e ogni altra cosa che mettesse conto trar via. Sulla spiaggia si vedevano ancora tutte le cose salvate, ma v'erano a custodia i bravi Genovesi, con molti degli abitanti di Joppe, i quali, scaldati dall'esempio, avrebbero voluto menar le mani ancor essi.
Il nemico si provò a pigliar terra; ma non sì tosto il primo sandalo, carico d'armati, fu per avvicinarsi alla riva, i balestrieri dell'Embriaco presero a sfolgorarlo con tiri così ben aggiustati, che freddarono molti Maomettani e persuasero il loro capitano a tornarsene dond'era venuto.
E così, per sottile accorgimento dell'Embriaco, furono salve le vite di tanti valentuomini e maestri d'operare in arnesi di guerra, con tutti i loro strumenti preziosi.
Il giorno appresso, giungevano al campo latino, accolti dalle grida d'esultanza di tutto l'esercito e dalle congratulazioni di Goffredo Buglione. Questi grandemente pregiava i Genovesi che costituivano nel suo campo ciò che oggi si chiamerebbe il genio e l'artiglieria, mentre tutte quelle schiere, venute di Francia e d'altri luoghi d'Europa, non erano che cavalieri e fantaccini.
Laonde, le cose della guerra, che pareano difficilissime prima, sembrarono un nulla dopo l'arrivo di que' nuovi artefici. Fu assegnato loro l'alloggiamento tra quella eletta di cavalieri e di balestrieri che erano rimasti sotto il comando di Arrigo da Carmandino e la gente guidata dal conte di Tolosa; intanto fu deliberato di metter subito mano alla costruzione di due grosse torri di legno, le quali sovrastassero, colle loro merlate, alle mura della città assediata.
CAPITOLO V. Di una gran torre di legno, che comandò a molte torri di pietra.
Era nei pressi di Gerusalemme una selva, non molto fitta, per verità, la quale fu spogliata interamente dei suoi alberi, per quelle costruzioni che l'Embriaco disegnava di fare. Nessuno aveva pensato, prima di lui, a cavar profitto da quella boscaglia; di guisa che non si aveano, per le necessità dello assedio, che poche macchine, costrutte da artefici mal destri.
Questa volta gli artefici sono valenti per ogni maniera di congegni, e il capo, disegnatore ed operatore ad un tempo, è lo illustre messere Guglielmo. In quella che una parte dei suoi manovali preparano catapulte, baliste, arieti ed altri arnesi minori, il maggior numero suda intorno ad un'opera, non meno maravigliosa, e in pari tempo, più vera del famoso cavallo di Troia; vo' dire la torre murale, che servirà d'esemplare ad altre due di pari grandezza, tutta intessuta di pino e di abete e fasciata di cuoio, per ischermirsi dal bitume infiammato, con cui le genti assediate usavano allora respingere gli assalti.