Quella gran mole è il capolavoro di Guglielmo Embriaco. Ella si scommette e si ricompone, si tien ritta e si snoda, a talento dei difensori, tanto ne sono ben condotte e piene d'artifizio le mille giunture. Il piano più basso è aperto da due lati, per dar passaggio e libertà di moto ad una trave smisurata, col capo a foggia di montone, la quale ha l'ufficio di scuotere le mura dalle fondamenta; mentre la parte superiore della torre è congegnata in modo da potersi piegare a guisa di ponte sui merli, e dal corpo della macchina si spinge subito in su una nuova torre, che sopraggiudica quel ponte improvvisato, e vi scarica all'uopo i suoi combattenti. Un centinaio di saldissime ruote, cerchiate di ferro, sostengono quella macchina enorme e le danno facilità di movimenti, a malgrado del suo peso e del soprassello degli armati.
In breve spazio di tempo la torre è compiuta, e due altre, siccome ho già detto, di egual forma e capacità, le tengono dietro.
Tutto il campo traeva ogni giorno a contemplare questa meraviglia dei Genovesi. Dal canto loro, i Saracini, che dall'alto delle mura vedevano ogni mattina gran salmerie di legname essere portate dai camelli nel campo latino, si beccavano il cervello per indovinarne la cagione, e avendola finalmente risaputa, non riuscivano a capacitarsi del perchè s'innalzassero quelle moli, le quali (pensavano essi) non avrieno potuto esser tratte un palmo più lunge dal loro cantiere.
Ma gl'infedeli aveano fallato il conto. Nella giornata del 3 di luglio dell'anno 1099 dopo la fruttifera incarnazione fu un continuo trar di baliste e di briccole, che rovinarono le mura in luoghi parecchi; laonde la notte fu tutta spesa dagli assediati nel riparare i loro danni e afforzare i punti che l'esperienza avea chiarito più deboli.
L'aurora del giorno quarto spuntò, e grande fu il turbamento dei Pagani, quando s'avvidero che le torri non erano più al loro luogo consueto, ma stavano in quella vece sotto alle mura. Grida di stupore e di spavento salutarono la molesta vicinanza di quelle smisurate macchine, le quali erano collocate in guisa da offendere la città per tre lati, mentre lo spazio che correva tra ognuna di esse, era colmato degli altri arnesi minori, tutti pronti a battaglia.
Alle grida dei Saracini rispondono quelle dei Crociati, e l'assalto incomincia. E qui, sebbene non sia còmpito mio, non posso resistere ad una voglia spasimata che mi ha preso, di raccontarvi, se non tutti, almeno parecchi dei particolari di quella gloriosa giornata.
Si fa un gran parlare delle nostre moderne artiglierie, e non a torto, imperocchè le palle scagliate a forza di fuoco traggono più lontano e fanno più larga la breccia. Ma le artiglierie di messere Guglielmo non eran troppo da meno, in quanto allo spettacolo che esse davano di sè. L'aria era oscurata da nugoli di dardi e verrettoni che scagliavano i Saracini; ma il danno era poco; le schiere latine si tenevano ancora distanti, e gli uomini delle macchine si stavano bene al riparo. Per contro, questi ultimi fornivano più larga bisogna; gli arieti scrollavano le mura con impeto grandissimo, e la terra ad ogni colpo traballava sotto i piedi ai difensori di quelle. Dall'interno delle torri, che si levavano al paro della cresta delle mura, uscivano fischiando le frecce dei balestrieri e non cadevano in fallo. Dall'alto poi di quelle moli, ruinavano giù sui merli e ballatoi del nemico grosse palle di marmo e globi di pece infiammata, che sgominavano, rompevano, bruciavano ovunque cadessero.
Mentre questa gragnuola piombava sui Saracini, le mura per lunghi tratti s'erano sfaldate al cozzo degli arieti e all'urto dei sassi, scagliati da più che cento tra briccole e baliste. Allora parve acconcio al Buglione di far innoltrare il nerbo delle sue schiere, sotto il riparo dei gatti, che erano macchine intessute di legno e di vimini, fino ai piè delle mura. E il cenno fu eseguito; tra i rottami ammonticchiati, la grandine dei sassi, dei verrettoni e del bitume acceso, l'oste cristiana si lanciò alla scalata.
Il vento, levatosi impetuoso pur dianzi, le tornò di grande vantaggio, imperocchè gli assediati non poteano molto servirsi delle fiaccole che scagliavano sui nemici, e quelle dei Cristiani, così secondate dalla bufera, andavano facilmente sulle mura e ardevano i sacchi di strame, le stuoie e gli altri ripari, che i Saracini v'andavano sospendendo man mano, per ammorzare i colpi delle baliste.
L'incendio in breve ora si propagò; nè l'acqua valeva a frenarlo. Il fumo e l'ardore acciecavano, soffocavano gl'infedeli, lasciando una parte di muro senza alcuna difesa. Di ciò si giovarono gli assalitori per uguagliare il terreno, facendo piana la strada a quella torre, che era comandata dall'Embriaco in persona, e che fu tosto avvicinata cosiffattamente al parapetto, da poter tentare la gettata del ponte.