Cotesto disegnava di fare l'Embriaco; ma gli bisognò vincere da prima un ostacolo nuovo. Era piantata sulle mura una grossa antenna, a cui gli assediati avevano sospesa per traverso una trave ferrata, e con questa pigliavano a sfrombolare di replicati colpi la torre. L'Embriaco non si perdette d'animo. Fe' dar di mano alle falci murali, che stavano piantate ai fianchi della torre, e, studiato il momento che quel poderoso arnese tornava a picchiare il gran colpo, quattro falci alzate ad un tempo colsero al passaggio la gomena di sostegno, e il tronco inerte cadde con grande rimbombo sul parapetto, pestando nella caduta i suoi medesimi serventi, che già se ne ripromettevano il trionfo contro la macchina nemica.
Allora l'Embriaco potè mandare il suo disegno ad effetto. La cima della torre, snodata da un fianco, cadde dall'altro sulla opposta muraglia e i Pagani non poterono più farle impedimento.
— Messer lo duca, — disse allora l'Embriaco a Goffredo di Buglione, che era salito sulla torre per esser pronto a balzare nella santa città, — il ponte è fatto, e, sebbene io m'abbia un gran desiderio di corrervi su, debbo pur cedervi il passo. Non sarà mai detto che Guglielmo Embriaco abbia voluto andar primo, dov'era il più prode e nobil guerriero della Cristianità.
Il Buglione non rispose a quelle parole, ma un riso ineffabile si dipinse sul suo volto inspirato. Abbracciò e baciò sulla fronte l'Embriaco, rialzò la ventaglia dell'elmo, e s'innoltrò colla mazza in alto, lungo il cammino coperto. Frattanto, dall'ultimo ripiano della torre, che era stato mandato su, in luogo dell'altro arrovesciato sulle mura, gli arcadori genovesi con spessi colpi tenean lontani i nemici.
L'Embriaco, che per la sua grande modestia, non aveva voluto esser primo, si gettò sulle orme di Goffredo, e dietro a loro corsero spediti i più valenti cavalieri dell'esercito.
In quel mezzo, Arrigo da Carmandino, che stava colla sua gente a guardia della seconda torre, si struggeva di avere e rimanersi degli ultimi. E mentre Primo, il fratello dell'Embriaco, faceva con grande difficoltà innoltrare la sua gran mole di legno, egli, insofferente d'indugi, messe fuori una proposta, che trovò subitamente eco tra i più animosi. Anselmo Rascherio, Gontardo Brusco, Ingo Flaòno lo seguono, e con essi una ventina di cavalieri appiedati, facendosi sotto le mura con scale e rampini, e schermendosi dai colpi nemici colle targhe levate in alto e raccolte a mo' di testuggine. La muraglia, come si è detto, era sfaldata in più luoghi e rotta pel gran trarre di baliste e montoni. S'inerpicano per le macerie ammonticchiate, gettano i rampini alla merlata, appoggiano le scale, e su lestamente di piuolo in piuolo. Altri del campo li seguono a torme, infiammati dal nobile esempio, anelanti di afferrare la cima. Parecchie scale, già gremite di uomini, sono divelte dal muro; vanno ruzzoloni i soldati nella polvere e nel sangue; ma si rialzano, rimettono in piedi le scale, tornano più feroci all'assalto. Di questa guisa giungon parecchi sulla cresta del muro; Arrigo è il primo di tutti; le pietre, le lancie appuntate, i fendenti delle spade, fan mala prova su lui, che para quella tempesta di colpi collo scudo levato.
Afferrare i merli, balzare in piè sulla feritoia e impugnare la mazza ferrata, fu un punto solo per lui. I primi che si fecero a contendergli il terreno, stramazzarono sotto la furia di quell'arma, menata a cerchio dal braccio giovanile. Frattanto una diecina dei suoi avevano agio a salire, e quel tratto di spalto fu ben presto spazzato dai suoi difensori. Il Carmandino gittò allora la mazza, e, strappata la bandiera dalle mani dell'alfiere che lo aveva seguito, sguainò la sua lama poderosa, e corse, volò da quel lato, dove la torre di messere Guglielmo, piegatasi a foggia di ponte, vomitava soldati sul baluardo.
Colà appunto Goffredo di Buglione, Eustachio conte di Bologna, suo fratello, e l'Embriaco, pugnavano valorosamente contro uno stuolo di Saracini, che facevano ressa per rovesciarli dalla merlata. L'arrivo del Carmandino colla sua gente sul fianco degl'infedeli, mutò le sorti della pugna. I Saracini mietuti cadevano e il ponte coperto dava adito a sempre nuovi combattenti. La bandiera della croce sventolò finalmente vittoriosa sovra un monte di cadaveri.
Da un altro lato, il valoroso Tancredi, principe di Taranto, entrava nella città, facendo aspro governo dell'oste pagana. Alle ore tre dopo il meriggio, per le mura cadenti, per le porte sfondate, l'esercito cristiano irrompeva in città, gridando: «Dio lo vuole!» e Gerusalemme, dopo quattrocento novant'anni di servitù, era perduta pei Saracini.
Non è mio còmpito narrare per filo e per segno tutto ciò che avvenne di poi; nè la espugnazione della torre di David, nella quale s'erano chiusi i Saracini, aspettando soccorsi del soldano d'Egitto, o di Babilonia, siccome dicevasi allora, dando il nome di Babilonia alla città del Cairo; nè la battaglia combattuta sul piano di Ramnula, che fiaccò le corna e l'orgoglio al sopraggiunto aiutatore, assicurando così la conquista di Sion. Per tutti questi negozi rimando i lettori agli ultimi canti del poema di Torquato, del sommo e sommamente infelice Torquato, i quali valgono da soli tutta la prosa che io potrei buttar giù, vivendo cent'anni. Ora Iddio tolga che l'una cosa e l'altra mi avvenga; molesta la prima ad ogni ragion di scaffali; l'altra molestissima a me.