Questo solo dirò, che i crociati genovesi, com'erano stati gagliardi all'assedio, così furono alla giornata di Ramnula, e messer Guglielmo s'ebbe la miglior parte dei tesori del Soldano, oro, argento, gemme e tessuti d'altissimo pregio; laonde, come fu l'ora di tornarsene in patria, gli bisognò comperare una galèa per allogarvi il bottino. Le sue navi, s'è detto, eran andate a rompere sulla spiaggia di Joppe, in quella giornata che campò i Genovesi dall'urto di tutta quanta l'armata del Soldano d'Egitto.
— Il Babilonese me l'ha pagate a misura di carbone, le mie povere galere! — disse messer Guglielmo, ridendo, in quella che col fratello, con Arrigo e coi superstiti concittadini, s'imbarcava nel porto di San Simeone, memore di tante lor gesta.
Imperocchè, nè egli, nè altri dei Genovesi, avea voluto rimanere in Soria. A Goffredo di Buglione, fatto re di Gerusalemme, il quale gli profferiva la signoria d'una provincia, per farlo pari a tanti altri baroni che meglio s'erano adoperati alla liberazione della santa città, l'Embriaco aveva risposto, scusandosi: — Noi siamo marinari; i feudi nostri sono sul mare, ed hanno bisogno di specchiarvisi, come le torri di Genova nostra.
— Orbene, — aveva soggiunto Goffredo, — qui la bisogna non è finita; tornate, messere Guglielmo; tornate con maggior numero dei vostri, che so per prova quanto valgano, non pure come arcadori, mastri d'operare ed espugnatori di ròcche, ma eziandio come cavalieri di lancia e spada — (e queste parole rivolte in parte ad Arrigo di Carmandino, rallegrarono il paterno cuore dell'Embriaco); — tornate presto e a voi commetteremo di restituire alla Croce quanto è di spiaggia da Biblo ad Ascalona.
— E lo farò, — rispose Guglielmo; — coll'aiuto di Dio e del valoroso barone San Giorgio, lo farò. Nulla è ormai che ci abbia a tornar malagevole, sotto gli auspici vostri.
— Tornate dunque sollecito, — disse sorridendo il Buglione d'un suo malinconico riso, — imperocchè io sento tal cosa qua dentro, — (ed accennava il petto) — che non mi concederà di attendere a lungo. Non vi turbate, messere Guglielmo; quel che ho vissuto mi basterà per mandarmi contento. Chi più avventurato di me, se, la mercè vostra e di tanti prodi cavalieri, ho potuto liberare il sepolcro di Cristo dalla ignominia del culto di Macone? Ben potrei ora, alla guisa di Simeone, intuonare il Nunc dimittis servum tuum, e senza esser notato di immodestia. —
Indi a due giorni le schiere genovesi, assottigliate di molto, ma liete, superbe, inebbriate dalla vittoria, scioglievano le vele dalla spiaggia di Palestina.
CAPITOLO VI. Che è tutto un miscuglio, come la minestra maritata di Anselmo.
Fu venturoso il tragitto. Le galere genovesi giunsero alle patrie rive, e salutarono le tre torri del Castello la mattina del 24 dicembre 1099. Poco più sotto di quelle, sul culmine di un'altra torre, Arrigo da Carmandino, la mercè di quella seconda vista che aiuta gli amanti, scorse alcunchè di bianco, che gli fe' battere il cuore. Egli si rimaneva immobile, estatico, sul castello di poppa, cogli occhi intenti a quel bianco, allorchè sentì una mano posarsi dolcemente sulla sua spalla.
— Non pare anche a voi, Arrigo, che sia Diana, lassù? —