Così parlava Guglielmo; e Arrigo non gli rispose; ma si fe' rosso in volto come una brace, vedendo scoverto il segreto della sua contemplazione amorosa.
Il popolo salutò festante i reduci vincitori; il focolare domestico esultò di raccogliere a sè dintorno i suoi cari per la festa tradizionale di Ceppo. In molte case furono pianti e sospiri; ma la fede ha virtù di tergere le lagrime e di racconsolare i cuori, nella speranza d'un ricongiungimento che più non patisca offese dalla fortuna o dal tempo. E non erano martiri della fede, gli estinti? Non erano saliti al cielo colla palma del trionfo? Questo ed altro di somigliante disse il clero dai pergami, per modo che i superstiti si gloriarono dei caduti, e la città tutta quanta si rinfiammò ad altre imprese per l'anno vegnente.
Messere Guglielmo recava per l'appunto lettere di Goffredo Buglione e del patriarca Damberto ai consoli e al popolo tutto di Genova, nelle quali, narrata la espugnazione d'Antiochia e di Gerusalemme, era fatto invito ai Genovesi di accorrere in Terra Santa con più validi aiuti. Come fossero accolte dal popolo, argomenti il lettore, riconducendosi coll'animo a quei tempi e a quella novità d'imprese, in cui, tornaconto, religione e carità cittadina avevano la sua parte.
Nella assenza dei crociati, Genova s'era guasta colle discordie. Nobili di prosapia romana, uomini nuovi saliti a possanza consolare, altri venuti dal contado, quali investiti di feudi vescovili, quali di feudi imperiali, mal potevano durare in pace, ove un più grave negozio non fosse venuto a disviare le menti. Epperò, nel furiar delle parti, s'era dismesso il consolato; che era il terzo d'indole laica consentito alla città, poichè s'era liberata dalla intromissione del vescovo nelle cose civili. Amico Brusco, Moro di Piazzalunga, Guido di Rustico del Riso, Pagano della Volta, Ansaldo del Brasile, Bonomato del Molo, essendo usciti di carica, il comando era divenuto una res nullius, in preda ai più audaci, o ai più scaltri. Ma l'annunzio dei fortissimi fatti, scaldando tutti i cittadini di nobile entusiasmo, li ridusse prontamente a più fraterni consigli e i valentuomini sopradetti tornarono di buon grado in ufficio.
La nuova crociata fu bandita in città, senza mestieri di legati pontificii; nel giro di pochi dì, ottomila uomini, il fiore della gioventù genovese, pigliarono la croce, laonde fu mestieri allestire ventisette galere. Fu questo l'esercito, ma, poichè giungevano d'ogni parte pellegrini, desiderosi di accorrere in Terra Santa, alle galere si aggiunsero sei navi onerarie, le quali andassero di conserva con quella ragguardevole armata.
E non contenti di andare eglino stessi, i Genovesi spedirono le lettere gerosolimitane in volta per le città e castella di Lombardia, dove tutti gli animi si accesero di pari entusiasmo, e laici e chierici, il vescovo di Milano, il conte di Briandate, molti conti e marchesi e grand'oste con essi, andarono per la via di Costantinopoli, dove occorse loro ciò che vedremo più avanti.
In città fu un grande rimescolìo, un'ansia, un'ebbrezza universale, fino alle calende d'agosto del 1100. Sei mesi erano pur necessari a tanti apprestamenti di guerra; che anzi è da dire, l'operosità genovese, diventata proverbiale in processo di tempo, non aver mai fatto più cose in più breve spazio di tempo d'allora. Invero, tutti ardeano di fare, e tra i reduci dal conquisto di Gerusalemme e i rimasti a casa era una gara nobilissima di scriversi alla seconda impresa, e di aiutarla con ogni possa, perchè non patisse ritardo.
Chi si doleva di tanta furia era il povero Anselmo, costretto a rimaner tra le donnicciuole, a mondar nespole, siccome egli diceva, per cagione della ferita toccata sotto le mura d'Antiochia. Quella ferita, se i lettori rammentano, gli aveva lasciato un brutto sfregio dall'alto del fronte fino al basso della guancia, e in quella istessa maniera che gli dava ad ogni tratto molestia e gli impediva di tornare uomo valido in Soria, già fin da quella prima spedizione gli avea tolto di proseguire la guerra e di fare a Gerusalemme quel che aveva fatto ad Antiochia. Fin d'allora, curato e rappezzato alla meglio, egli era stato consigliato da messere Guglielmo, che molto lo amava, a tornarsene coi primo sandalo che salpasse dal porto di San Simeone alla volta di Genova; ma lui duro, incocciato a restare.
— Non mi volete uomo d'armi? — diceva. — Orbene, tenetemi come un servo, come un di quei cani senza nome, che seguono il campo, e un tantino più utile di quelle povere bestie, le quali non sanno far altro che leccar le scodelle ai vostri balestrieri, perchè io potrò almanco mutarmi in cuoco e dispensiere, ed ammannirvi quel po' di cibo, guadagnato con tanti disagi e stenti ogni giorno. —
Nè ci fu verso di smuoverlo; così volle, così rimase, consentendolo il suo gran capitano.