Ed era egli, il povero balestriere, che, dolorandogli il capo maledettamente per quello strappo non bene rammarginato ancora, si pigliava il carico della mensa frugale dell'Embriaco, in quei lunghi e fastidiosi giorni dello assedio di Sion. Bisognava vederlo, di costa alla tenda, con tutte quelle bende intorno alla fronte, che lo faceano parere da lunge un Saracino ribaldo, rattizzare il fuoco tra due grosse pietre innalzate a foggia e dignità di fornello, e invigilar lo schidione, e rimestare in un certo paiuolo fuligginoso i suoi orridi manicaretti, che agli affamati guerrieri avevano a parere le più ghiotte cose del mondo!
Ma spesso occorreva (tanto è vero che l'uomo si stucca, perfino dell'ottimo) che le dotte invenzioni d'Anselmo non ottenessero neanco una parola d'encomio e che i suoi dozzinanti si lasciassero andare a troppo fervide giaculatorie all'erbe, alle ortaglie, financo alla cicerbita e al terracrèpolo della memorata Liguria. Fu questa per giorni parecchi una spina al cuore del povero cuoco; ma come fare? dov'erano a trovarsi i camangiari, in quegli aridi campi della Terra Promessa?
Basta, l'uomo è per natura ingegnoso e la necessità suole aguzzare l'ingegno. Ora, Anselmo, a cui la necessità stringeva i fianchi, tanto si rigirò, tanto corse, che finalmente scovò il fatto suo. Dovunque fosse una pozza, un acquitrino, uno sgocciolo di rupe, anche a doverselo trovare con ore ed ore di cammino, il nostro balestriere correva, e raccattava erbucce d'ogni forma e sapore, le quali e' sceglieva con molta cura e saggiava, innanzi di metterle a mazzo. E un bel dì, tornati da sudare intorno a quelle torri di legno, che aveano a far breccia nelle mura dell'assediata città, i commensali di messere Guglielmo furono grandemente solleticati dalla vista e dalla fragranza d'un certo miscuglio a guazzo, che arieggiava la famosa minestra maritata, delizia dei figli di Giano, quando sono a casa, e loro eterno sospiro, quando il cieco caso, o la ferrea necessità, li tien lontani dalla cucina domestica.
Quella volta, le lodi al cuoco furono universali e solenni; il grido d'ammirazione e di giubilo poco mancò non si mutasse in Tedeum. E a chi dei lettori notasse i miei crociati di grossolani appetiti, risponderei che essi non erano da più, nè da meno degli eroi d'Omero, gente cavalleresca se altra fu mai, pratica dello Stige come del latte di Teti, o di Venere; uomini pei quali si scomodavano talvolta dai seggi celesti Iride messaggiera e Minerva pugnace, ma che pure amavano mangiare di tratto in tratto il loro quarto di bue, inaffiandolo con quattro o cinque sorsate di quello di Samo.
E pensate che anco il Buglione, il pro' Buglione, il pio Goffredo, non si sarà pasciuto neppur lui di rugiada! Io so, per esempio, che allorquando i commensali di messere Guglielmo già stavano seduti all'umile desco, e adoravano il grato fumo della minestra che venia scodellando Anselmo, il buon duca venne per caso a passare di là, e i nostri valorosi, con quella cortese entratura che è consentita dalla comunanza del vivere, lo trattennero e gli proffersero di partecipare al frugale banchetto.
Non poteva indugiarsi a lungo il duca, chè le necessità dell'alto ufficio lo chiamavano oltre; ma volendo pure usar cortesia a quel prode uomo dell'Embriaco, fe' sosta di pochi istanti, e dimandato di quella novità dei camangiari, e saputolo, si degnò di assaggiarne, soggiungendo nella sua lingua che la era una saporitissima cosa.
Argomentate l'allegrezza e in pari tempo la confusione del cuoco. Anch'egli volle dire la sua, in quella lingua che tutti, qual più, qual meno, masticavano allora nel campo crociato; ma non gli venne altro alle labbra se non questo: Le preux Bouillon!... le preux Bouillon!...
— Hè bien, quoi d'étrange? — ripigliò il buon duca, percuotendo amorevolmente la spalla allo sfregiato balestriere. — Le preux Bouillon!... a tâtè de ta soupe, et, foi de chevalier, il la trouve excellente. —
Ciò detto, e tolto commiato da messere Guglielmo, inforcò prontamente l'arcione e via a galoppo, mentre Anselmo, che non capiva nella pelle, andava tuttavia ripetendo: le preux Bouillon! le preux Bouillon!
Dopo quel giorno, quando occorreva che i commensali dell'Embriaco volessero dal cuoco quel tale miscuglio innominato d'erbucce, non c'era che a dirgli: preux Bouillon! ed egli capiva senz'altro. Questa è, lettori, l'origine del preboggion, che io metto qui in vernacolo genovese, non essendoci nella lingua italiana il vocabolo corrispondente, a dinotare questa mala minestra di bietole, cappucci bislacchi, prezzemolo ed altri camangiari d'ogni generazione, mescolati col riso, ch'è un vero guazzabuglio; e ciò per l'appunto significa la parola preboggion, almeno in traslato.