Questa è l'origine, ho detto; ma badate, le mie parole non sono evangelio, e tutti, ahimè, siamo fallibili in questo povero mondo.
E adesso, dati gli spiccioli della prima spedizione dei Crociati genovesi, che già avevamo narrata in di grosso, ci asterremo dal raccontarvi la seconda, a cui si conviene altro storico, che non starà molto a giungere in scena.
Si aggiunga che il tempo stringe. Diana è già scesa dall'alto della torre, donde per la seconda volta ha veduto giungere a riva le galere della Croce; e Guglielmo Embriaco, questa volta vincitore di Cesarea, e senza aiuto d'altre braccia, all'infuori delle genovesi, scende a terra dinanzi alla porta di San Pietro, in capo al Mandracchio, tra gli evviva di tutto un popolo accalcato, sulla curva spiaggia, arrampicato su per le antenne delle navi, appollaiato sul ciglio delle mura.
L'ingresso in città volle il suo tempo. Egli non era agevole, con tutta quella ressa di popolo festante, condurre speditamente entro le mura ottomila uomini; chè tanti n'erano tornati incolumi da quella seconda impresa di Terra Santa. Messere Guglielmo, lasciata una parte dei marinai a custodia delle galere, pigliati con sè i maggiori e una scorta pei camelli, che doveano portare al vescovo la decima delle prede di guerra ed altri preziosi donativi alla chiesa e al comune, aveva dato licenza a tutti gli altri di sparpagliarsi a lor posta, e tornarsene ognuno alle case sue. Senonchè, nessuno aveva usato di quella liberalità del capitano, quantunque a tutti la famiglia premesse, e ognuno portasse con sè, spoglie opime della vittoria, due libbre di pepe e quarantotto soldi di pittavini (così detti perchè coniati nel Poitou, là dalle parti di Francia) che non erano una spregevol moneta, dacchè ogni soldo era d'oro e quarantotto di quei soldi facevano una libbra e due oncie di quel nobilissimo metallo.
Il bottino era stato lautissimo in Cesarea, come può rilevarsi dal conto di quelle ottomila parti, alle quali bisognerà aggiungere quelle dei comandanti, il quinto assegnato alle galere e la decima prelevata pel vescovo. Nè, se ottimi erano i pittavini, il pepe era da meno. Derrata preziosa oggidì, bene aveva ad essere preziosissima in quei tempi, chè essa era di tanto più rara, e la si mettea da pertutto, a conforto di più saldi palati che ora non siano in Europa.
A farla breve, i nostri crociati non avevano a lagnarsi della fortuna, e considerato il prezzo dell'oro in quel secolo, poteano anche consolarsi d'aver faticato un anno per la gloria. Nè quello era il tutto, dappoichè la presa di Cesarea ben altro aveva fruttato ai Genovesi; e ne faceva solenne testimonianza un camello, più gelosamente custodito degli altri, la cui soma, ravvolta in un drappo di Balsòra, dovea racchiudere alcun che di maraviglioso.
Ma di cotesta meraviglia lascieremo le primizie ai consoli e al vescovo Airaldo, i quali attendevano in pompa magna l'Embriaco; queglino alla porta Marina, insieme coi maggiorenti della città; questi, coi suoi diaconi, sotto il vestibolo della gran chiesa di San Lorenzo. La era una festa, una solennità, che mai la maggiore, nemmeno per l'arrivo delle ceneri del Battista, ottenute tre anni addietro, siccome ho raccontato. Epperò s'intenderà come i reduci soldati dell'Embriaco non avessero voluto saperne d'andarsene spartitamente alle case loro, e si fossero tenuti in ordinanza, per esser parte di quel trionfo massimo che Genova preparava ai suoi figli.
Ed era bello il vederli, abbronzati dal sole di Palestina, sfilare in lunghi drappelli rilucenti e sonanti dalla Porta Marina alla piazza che fu poscia dei Banchi, dinanzi all'antica chiesuola di San Pietro, in mezzo alla moltitudine che si accalcava plaudente sul loro passaggio, che irrompeva gridando da ogni via, che si affacciava dai veroni, che appariva dalle altane, che s'aggrappava ai comignoli dei tetti, pur di vedere, di salutare con un evviva i crociati genovesi. Viva San Giorgio! gridavano i soldati, rendendo al fortissimo barone, come lo si chiamava in quei tempi, l'onore delle loro vittorie; viva San Giorgio! e commossi dal plauso popolare, alzavano in aria, percuotevano l'una contro l'altra, le balestre, le lancie, le spade. Intanto le campane delle venti chiese di Genova (chè tante ne aveva allora edificate la pietà cittadina) suonavano confusamente a festa, ed era tutto uno scampanìo, un grido, un frastuono, in mezzo al quale non fu pur dato di udire la tromba del cintraco, che annunziava la presenza dei consoli sulla gradinata di San Pietro alla Porta.
Ma bene lo udì messere Guglielmo, che modesto in tanta gloria, e schermendosi come meglio poteva dalla ressa degli ammiratori, procedeva primo tra tutti, badando ad ogni cosa e ad ogni cosa provvedendo, giusta il debito di buon capitano. Giunto egli sulla piazza e veduti i consoli raunati sotto il vessillo del comune, corse loro incontro; essi del pari incontro a lui, chè non volevano esser vinti in cortesia, e tutti, l'un dopo l'altro, vollero stringerlo al seno e baciarlo su ambe le guancie, Amico Brusco, Mauro di Pizzalunga, Guido di Rustico del Riso, Pagano della Volta, Ansaldo del Brasile e Bonomato del Molo.
Indi, precedendo i consoli, e messere Guglielmo tra essi, la schiera s'inoltrò per la via dei Fabbri, donde, svoltata in Campetto, salì per la via degli Scudai, che metteva alla piazzetta di San Lorenzo. Fu colà un entusiasmo da non dirsi a parole; quei bravi artefici erano in visibilio; ritti sulle soglie delle loro botteghe, ammiravano quelle maglie, quelle targhe e quegli elmetti, opera loro, e applaudivano, e n'aveano ben donde. Di quelle armature che passavano dinanzi a loro, nessuna vedevasi sana; segno che il soldato avea fatto il debito suo, combattendo, e l'armatura del pari, poichè, con tutti quei danni, avea pur restituito incolume il suo possessore.