— Su, Genova, su! in nome di san Giorgio! — gridò egli allora, levando la spada e facendola balenare davanti agli occhi de' suoi, che avevano appoggiate le altre scale alla muraglia. — La città è nostra!
— Guglielmo Testa di maglio! Testa di maglio è padrone delle mura! — gridarono mille voci dal basso. — Animo, alla scalata! —
E infiammati così dalle loro stesse parole come dalla vista del capo, fecero impeto su per una ventina di scale ad un tempo. Tutte quelle file d'uomini, erette e minacciose come i serpenti di Tenedo sulla spiaggia di Troia, strisciarono lungo le mura, le involsero sotto un tessuto di lucide scaglie, che erano le loro targhe scintillanti al sole, ed afferrata la cima, si riversarono dentro, quasi senza combattere. Fu male che la città avesse una doppia cinta di mura, perchè pochi ardirono di resistere laggiù, parendo a tutti più facile di custodire utilmente un cerchio più stretto. Così ragionava la prudenza negli uni, la paura negli altri.
Con quello sforzo simultaneo da molte parti, i Genovesi penetrarono in Cesarea, ma senza giungere in tempo per entrare nella seconda cinta, alle spalle dei difensori. Le vie strette e tortuose avevano impedito ai valorosi di raccapezzarsi alla lesta e di inseguire in numero sufficiente il nemico. Bene tentarono l'impresa i primi arrivati, ma senza pro, e la scortese saracinesca si chiuse con grande frastuono davanti agli audaci, mentre solo alcuni di loro, che si potrebbero chiamare i temerarii, erano riusciti ad entrare, proprio alle calcagna dei fuggenti.
Caffaro rimase nel numero degli audaci, fuor della cinta, ai piedi della saracinesca, che era stata calata in quel punto. La fortuna lo aveva assistito; eppure egli si dolse amaramente di non esser giunto prima, perchè tra gli animosi che lo precedevano, e che avevano pagata così caramente la gloria d'essere andati avanti a tutti gli altri, c'era l'amico suo, il suo compagno di scalata, Arrigo da Carmandino.
Povero Arrigo! Certo egli presentiva una disgrazia, quel giorno; poichè nel salir sulle mura, mentre erano a poca distanza dalla merlata, rivolgendosi a Caffaro, che gli si stringeva al fianco, mettendo il piede sui piuolo abbandonato da lui, gli aveva detto:
Amico, ve ne prego, se io muoio, dite a madonna Diana che ho pensato a lei nell'ultim'ora, e che l'anima mia, con licenza di nostro Signore, a cui mi raccomando, andrà a dirle tutto l'amore ch'io le ho portato vivendo. —
E Caffaro gli aveva risposto:
— Amico mio, che pensieri son questi? Per l'onor vostro e di Genova, come pel trionfo della croce, vivrete.
— E sia; accetto l'augurio; ma voi dovete promettermi...