Anche i lettori avranno indovinato il perchè di quella fuga precipitosa. Il nemico era penetrato nella seconda cinta, per una via donde non lo aspettava nessuno. Inerpicatisi sull'albero di palma, Ugo Embriaco e Caffaro di Caschifellone, avevano insegnata la strada ai cinquanta animosi che si erano scelti a compagni. Di là, correndo al basso colle spade sguainate, erano piombati alle spalle dei difensori, in mezzo a cui fecero strage grandissima. Omero potrebbe qui rimettere a nuovo il suo famoso paragone del re dei deserti, balzato d'improvviso in mezzo alla mandria. Io non sono Omero, e colla scusa bell'e pronta che le similitudini piacciono poco ai moderni, mi ristringo a dire che i Saracini, senza indugiarsi a noverare i nuovi assalitori e temendo che una metà dell'esercito genovese fosse già loro alle calcagni, non sostennero l'urto, fuggirono, di qua, di là, ciecamente, parte gittando le armi, parte stringendole nei pugni convulsi, senza aver più l'ardimento di usarle e di vender cara la vita.
Incalzati colle spade nelle reni, lasciando a centinaia i morti lungo le vie, corsero a rifugio verso la Moschea maggiore. Ma le porte erano chiuse. I mercatanti, le donne, i vecchi, i fanciulli, stavano raccolti là dentro, implorando la misericordia del Profeta, aspettando trepidanti la pietà dei vincitori.
— Siamo uomini al pari di voi; — gridava il Cadì dall'alto di un minareto, sventolando la bianca fascia del suo turbante in segno di chieder pace. — Non uccidete chi non può più resistere! Perdonate agli inermi! —
I consigli di misericordia rimasero inascoltati fino a tanto ci furono Saracini armati intorno alla Moschea. I Genovesi rammentavano troppo le minacce spavalde dell'Emiro, e giustamente pensavano che, se avessero dovuto dar essi indietro, non uno di loro si sarebbe salvato dalla rabbia dei vincitori. E poi (chi nol sa?) il sangue inebria e il ferire ha la sua voluttà, che travolge i sensi del soldato più umano.
Giunse finalmente il Patriarca, misto di sacerdote e di guerriero, che quei tempi comportavano e di cui si ebbe esempio anche in secoli a noi più vicini. Invitato da messere Guglielmo, a cui pareva inutile oramai quella strage, Damberto ordinò che si concedesse la vita a quanti erano chiusi nel tempio, tanto più che non si trattava di armati, ma di paurosi mercatanti e di femmine imbelli, intorno a cui si stringevano vecchi cadenti e fanciulli.
Quella turba si arrese, come è facile argomentare, alla prima intimazione. Il Cadì già ne aveva fatto la profferta ai vincitori. Era intorno all'ora di sesta, quando si spalancarono le porte della moschea, e Guglielmo Embriaco vi entrò, seguito dal patriarca Damberto, brandendo la spada dalla lama, per modo da far credere che portasse in mostra la croce.
Il fiero prelato ebbe dunque ragione, colla sua profezia. Ma il savio capitano, tratti in disparte Caffaro di Caschifellone, ed Ugo, strinse loro amorevolmente la mano, ringraziandoli di averne aiutato l'adempimento, colla pronta esecuzione del suo stratagemma.
Queste le prodezze dei Genovesi nella espugnazione di Cesarea. Per metter fine al racconto, bisognerà aggiungere che, alcuni giorni appresso, il legato del Papa e il patriarca Damberto, «dopo le debite purificazioni e consuete cerimonie, consacrarono la moschea maggiore in onore di San Pietro, e un'altra (per far piacere ai Genovesi) in onore di San Lorenzo; e così fu tornata la città al servizio di Cristo.»
E l'armata e l'esercito si ridussero a Solino; sulla spiaggia di San Parlerio divisero la preda, e cavata fuori la decima del vescovo Airaldo e il quinto delle galere, si fece la distribuzione del resto per ottomila uomini, ciascuno dei quali ricevette le due libbre di pepe, e i quarantotto soldi del Poitou, che ho detto più sopra, ragguagliandone la somma ad una libbra e due once d'oro. Donde, come potete immaginare, grande allegrezza nel campo.
Così ebbe fine il racconto del giovine Caffaro. Il quale, s'intende, modesto com'era, non disse nulla di sè; quantunque, avendo in pratica l'Eneide, si sarebbe potuto servire del «quorum pars magna fui» e senza far torto a nessuno.