Sallustio, il venerabile segretario di Airaldo, soggiunse:
— Gravissimi istorici ebbe Roma, e certo essa ripete da questi la somma ventura di veder tramandato alla posterità più lontana il grido delle sue gesta. Procurate voi, messer Caffaro, uguale fortuna al comune di Genova. —
Il giovine annalista si inchinò tacitamente all'invito cortese, che doveva riuscire un vaticinio per lui. A quelle lodi non era da rispondere con parole; che, anco umilissime, sarebbero sempre, dopo il paragone del vecchio segretario, sembrate a lui non abbastanza modeste.
CAPITOLO VIII. Un cuore spezzato.
Che era egli avvenuto di Arrigo da Carmandino? Era caduto vittima del suo temerario valore? Erano di lui quegli avanzi mezzo abbrustoliti, in cui temeva di averlo avvisato Gandolfo del Moro?
Ricordate chi fosse Gandolfo, e pensate con che sincerità potesse egli aver manifestato quel suo desiderio di essersi ingannato. Caffaro, che bene lo conosceva e lo sapeva rivale di Arrigo, era il primo a dubitare di quella sincerità e di quella testimonianza. Ma un fatto era vero; che nella presa di Cesarea il povero Arrigo era scomparso; che era rimasto in balìa dei nemici, nel furore di quella disperata difesa; donde si poteva argomentare facilmente che lo avessero fatto a pezzi, vendicando su lui lo scorno di una prima sconfitta.
Anch'egli, Caffaro, espugnata la seconda cinta di mura e posate le armi, aveva chiesto nuove del suo povero amico. Ma tra per la diversità della lingua, quantunque già allora i pellegrinaggi e le guerre avessero dato vita a quella parlata bastarda che faceva intender tra loro Cristiani e Saracini, e per la confusione e lo smarrimento dei vinti, egli non aveva potuto saper altro che questo: i pochi Genovesi, entrati primi nella seconda cinta, essere stati colti in mezzo e aver venduto cara la vita, cadendo, stremati di forze e coperti di ferite, su d'un mucchio di cadaveri.
Niente adunque di più naturale che il loro capo fosse morto con essi, e che il bitume infiammato, onde usavano i difensori per respingere gli assalti, appiccandosi alle vesti e alle armature, avesse rosolato le carni dei morenti, sfigurati, resi irriconoscibili i corpi.
Così pensava anche messer Guglielmo. Povera la sua figliuola! Come avrebbe accolto ella il messaggio?
Nello avvicinarsi alle sue case, tra Macagnana e il Castello, il grand'uomo si smarriva d'animo, tremava in cuor suo, come avrebbe fatto un bambino.