E diede in uno scoppio di pianto. Erano le prime lagrime che quella poveretta avesse versato, dal giorno dell'annunzio fatale della morte di Arrigo.

Caffaro di Caschifellone, giovane com'era ed inesperto delle cose del cuore, non poteva argomentare come fosse benefico quello sfogo improvviso. E si sottrasse discretamente allo spettacolo di un dolore che credeva di aver rinfrescato, promettendo a sè stesso di non far parola a nessuno del messaggio che aveva recato a quella bella infelice.

Da quel giorno Diana non disse più verbo, non fece più atto, che accennasse alla memoria di Arrigo. Non tornò ilare già, nè serena, come era suo costume in passato; ma si mostrò tranquilla e rassegnata, umana con tutti, perfino con Gandolfo del Moro, che andava spesso alle case degli Embriaci, e incominciò a sperare, lo sciocco, di poter cancellare un giorno da quel cuore la immagine di Arrigo da Carmandino. Certi uomini hanno la insigne baldanza di credersi irresistibili; certi altri il torto gravissimo di credere che tutte le donne sian pari. Gandolfo del Moro teneva molto di questi e di quegli.

La fanciulla degli Embriaci non parve accorgersi di tutte quelle rinate speranze. I suoi modi erano aperti e pieni di cortesia per ognuno; la sua anima era chiusa. Unico accenno al segreto di quell'anima, era il lampo fugace degli occhi e un più soave sorriso, quando si presentava a lei il giovine Caffaro. Il quale non pensò davvero che tanta soavità di grazie celestiali andasse a lui, proprio a lui. Non era Gandolfo del Moro, per ingannarsi a quel segno, e, memore amico del Carmandino, ricacciò, seppellì nel suo cuore un sentimento involontario, che, nato appena, minacciava di comandare alla sua stessa ragione.

Passarono tre mesi. E finita la campagna, cioè il reggimento de' sei consoli che abbiamo accennati nel principio del nostro racconto, alle calende di febbraio del 1102, si designò un nuovo magistrato. Quattro furono i consoli nuovi: Guglielmo Embriaco, Guido Visconte, suo padre, che era stato il primo a portare il soprannome di Spinola, Guido di Rustico del Riso, e Ido di Carmandino, fratello maggiore del povero Arrigo. Era, come si vede, un consolato tra consanguinei, appartenendo tutti, salvo Guido del Riso, alla schiatta di Ido Visconte.

Anche Guglielmo Embriaco, datosi tutto alle cose del Comune, potè ingannarsi intorno allo stato dell'animo di sua figlia. E un bel giorno, mentre ella era a mala pena tornata dalla vicina chiesa di Santa Maria del castello, così le parlò il suo glorioso genitore:

— Figliuola mia, provvediamo al futuro. Fu triste il passato, e abbiamo dovuto rassegnarci ai decreti del cielo. «Dio lo vuole» fu il grido che ci ha condotti in Terra Santa e ci ha fatto meritar la vittoria; «Dio lo vuole» sia anche il nostro grido e la nostra forza nelle cose domestiche. —

L'esordio non prometteva niente di buono a Diana, che stette in silenzio, ma col cuore in soprassalto, ad ascoltare la fine.

Guglielmo Embriaco proseguì il suo discorso annunziando alla figliuola che essa doveva pensare a prender marito.

— Gandolfo del Moro — diss'egli — è un gentil cavaliere; ha congiunti in nobile stato, attinenze poderose e castella che lo fanno desiderabil partito per ogni padre che abbia una figliuola da accasare. I tuoi fratelli lo amano come se già egli fosse della famiglia; io lo pregio grandemente e lo amerò come figlio, se anche tu, come spero, lo vedrai di buon occhio. —