— Ti sia permesso di vederlo, ma non di ricordartene; — tuonò Arrigo da Carmandino.
E serratosi addosso al nemico, prima che questi avesse tempo a cansarsi, con un fendente della sua spada poderosa gli spezzò l'elmo sul cranio.
Fu quello il segnale della mischia.
— San Giorgio il valente! — gridarono ad una voce i Crociati genovesi. — Viva San Giorgio! Ammazza i cani infedeli! —
E levata la spada, si fecero avanti animosi, a vender cara la vita.
Arrigo da Carmandino era il primo tra tutti, e primo si slanciò nel folto della fronte nemica. Rotta la spada, combattè col tronco, ed anche questo, che più non gli serviva, scaraventò sulla faccia del primo che ardì farglisi contro, oltre quel mucchio di morti e di feriti onde il valoroso giovane si era come asserragliata la via. Quindi, spiccò dal fianco la sua mazza ferrata, e, piantatosi fieramente su quel cumulo di carne sanguinosa e palpitante, prese a tempestare di colpi i suoi assalitori. Quanti, adescati dal poco numero dei nemici o spinti innanzi dai compagni accorrenti, si facevano sotto, tanti egli ne stendeva a terra, o ne rimandava acciaccati. Più disperato valore non si era visto mai. E i compagni di Arrigo, Simone Gontardo, Marino della Volta, Anselmo di Zoagli, animati dall'esempio, combattevano con pari fortuna al suo fianco.
Tanclerio Burone e Vassallo Cavaronco, facendo testa dall'altra parte, impedivano che i guardiani della porta, meno numerosi e non ancora ben raffidati, cogliessero quel pugno di valenti alle spalle. E anch'essi, sebbene in due soli, fornivano lavoro per dieci.
Da lunga pezza durava quella pugna disuguale, senza che i Saracini avessero guadagnato un palmo di terreno. E già i loro assalti riuscivano più lenti, poco piacendo a quella plebe di fantaccini di morder la polvere sotto i colpi di quei furibondi, che prendevano forza sovrumana dalla loro medesima disperazione. Ma appunto allora, un nuovo aiuto venne ai Saracini, che in quella stretta via non potevano trar d'arco; e fu la rena ardente, fu il bitume infiammato, che incominciò a piovere dall'alto delle logge circostanti sul capo ai cavalieri cristiani. Contro quel nuovo assalto non c'era difese nè scampo. Pararono alla meglio co' palvesi quella pioggia di fuoco; ma anche i palvesi ardevano, e i combattenti furono costretti a gittarli, restando scoperti sotto il rovente flagello; involti in un turbine di fiamma e di fumo, che li acciecava e toglieva loro il respiro.
Anselmo di Zoagli e Marino della Volta caddero i primi; Simone Gontardo e Vassallo Cavaronco, già investiti dalla liquida fiamma, si avventarono ai nemici, si strinsero a corpo a corpo con loro e parecchi ne costrinsero a morire della loro medesima morte.
Arrigo da Carmandino volse gli occhi intorno e vide che non c'era più nulla a sperare. Anche l'ultimo superstite de' suoi compagni, Tanclerio Burone, mugghiando come un toro ferito, si scagliava ferocemente nelle file nemiche, non d'altro desideroso che di uccidere ancora un Saracino, prima di cadere a sua volta, crivellato di ferite com'era.